
Accendendo la tv, sembrerebbe che gli unici posti al mondo dove c'è la guerra siano l'Iraq e l'Afghanistan. Nessuno parla mai dei conflitti che si svolgono nelle aree più recondite del pianeta, perchè suscitano poco interesse o perchè li si vuole tener nascosti, com'è accaduto col Darfur, prima che qualcuno ne facesse pubblicità a livello globale.
Io stesso nulla sapevo della guerra civile cingalese, fino al giorno in cui, camminando per Via dei Fori Imperiali, non ho incontrato una manifestazione di cittadini cingalesi, i quali protestavano contro il sussidio che veniva dato da alcune nazioni europee ai ribelli Tamil.
Uno di loro mi ha fermato e mi ma messo in mano un volantino; è stato dopo averlo letto che ho incominciato a interessarmi del conflitto che da più di 20 anni attanaglia l'isola dello Sri Lanka.
L'origine del conflitto sull'isola avrebbe una natura quanto mai "mitologica". Tutto avrebbe avuto origine da una disputa storiografica: lo Sri Lanka ("terra splendente" in sanscrito) è abitata da due popoli. Il primo dei due è rappresentato dalla maggioranza dominante cingalese, di religione buddista e origine indoeuropea, che ritiene di essere l'unica popolazione indigena dell'isola. Secondo questa versione, la minoranza tamil (di religione invece induista) sarebbe migrata nella parte settentrionale dell'isola nel corso dei secoli, dal sud dell'India.
Dal canto loro, anche i tamil ritengono di essere autoctoni dell'isola, fin dai tempi in cui questa era collegata all'India dal così detto "ponte di Adamo", ora sommerso dalle acque, e richiamano l'antico regno di Jaffna (effettivamente esistito tra l'XI e il XVI secolo) come prova della loro tesi. Qualcuno sostiene, addirittura, che i tamil siano la stirpe umana più antica del mondo, poichè discendente dal mitico regno dei Lemuria.
Ovviamente, questa guerra civile (come ciascun'altra) si giustifica con motivi molto più futili delle rivendicazioni storiche e mitologiche: come accade spesso, anche in questo caso, siamo di fronte ai detriti lasciati dalla dominazione coloniale. Gli Inglesi, che a lungo hanno sfruttato le risorse dell'isola, applicarono al meglio le tattiche giuliane del divide et impera, accentuando le divisioni interne fra la popolazione, in modo che le varie frange non si unissero sull'impeto di una volontà di ribellione. In particolare, gli Inglesi decisero di sfavorire il più possibile la maggioranza cingalese, fornendo i migliori posti di lavoro, l'accesso alle università e una cultura di matrice occidentale ai soli tamil. Anche i lavori nei campi (specie quelli legati alla coltivazione del tè) furono affidati esclusivamente ai tamil, alcuni dei quali furono fatti arrivare appositamente dall'india; questi ultimi, in seguito, si integrarono coi cingalesi, a differenza dei tamil già presenti sull'isola.
Quando nel 1948, l'isola riuscì a conquistare la propria indipendenza, i cingalesi programmarono la propria rivincita, cominciando progressivamente una politica di estromissione nei confronti della loro controparte, causando un forte risentimento nei tamil, destinato a crescere col passare del tempo. Già negli anni '70 nascevano numerosi gruppi e partiti a difesa dell'identità tamil; molti dei loro adepti, in seguito all'eccidio voluto dal governo di Colombo nel '77, si diedero alla macchia per organizzare la lotta armata, che ha ufficialmente inizio nel 1983, in seguito ai pogrom del luglio ("nero") di quell'anno.
A guidare la lotta c'era l'LTTE (movimento delle Tigri per la liberazione della patria tamil) fondato da Prabhakaran. In risposta all'inizio della guerra armata, il governo centrale inviò nella parte settentrionale dell'isola numerosi contingenti per scatenare una guerra totale, che da quel momento non ha più avuto fine. Si è cercato più volte di giungere a dei negoziati, ma alla fine questi sono sempre stati infranti.
Nel corso del tempo, l'LTTE ha preso pieno controllo delle province orientali e settentrionali, instaurandovi in governo autonomo, con tanto di propri governo, moneta, ospedali, esercito, marina e aviazione, addestrando inoltre una serie di feroci kamikaze, le così dette Tigri Nere.
Nel 2002 si era giunti all'ennesima tregua, questa volta dall'aspetto duraturo; purtroppo, neanche il disastro dello tsunami nel 2004, che si sperava potesse unire la popolazione, è servito a farla durare. Nel 2005, infatti, il governo centrale ha deciso di riaprire le ostilità, scatenando un fiume di sangue, alimentato anche dai continui attacchi kamikaze delle Tigri Nere. Tra il 2006 e il 2007, l'esercito centrale è riuscito a riappropriarsi di numerosi territori e nel 2009 è riuscito ad impadronirsi anche della capitale dei ribelli tamil, sede principale dell'LTTE. I guerriglieri tamil sono stati costretti a rifugiarsi nella giungla, in un'area di 300 kmq, dove sono continuamente bombardati dall'esercito cingalese. Dall'inizio delle ostilità ad oggi, la lotta intestina dello Sri Lanka si è lasciata dietro le vite di quasi 72000 persone.
Come accade sempre, in ogni conflitto esiste una classe di individui che patisce in modo particolare: anziani, malati e soprattutto bambini, che vengono feriti nella loro innocenza a privati immaturamente della propria infanzia. Il racconto che segue parla di uno di essi.
Così come il suo Paese, Sinnathambi Jeevatharsini è una bellezza ferita. Solo nove anni, lunghi capelli neri legati in due trecce su entrambi i lati della testa, e un sorriso che esplode attraverso il suo viso, come se qualcuno avesse acceso una luce improvvisa. E' intelligente, ama soprattutto gli studi sociali, specialmente le diverse culture dei posti lontani. Accucciata su un tappetino in un campo per rifugiati sulla costa orientale dello Sri Lanka, intenta a sfogliare le pagine di un libro di scuola, tenendo la matita in mano, sembra come qualsiasi altra bambina. Ma poi non si può non notarlo: Jeevatharsin non ha il braccio sinistro. Attraverso il foro nel suo vestito, lì dove il suo braccio dovrebbe incontrarsi con la spalla, si vede soltanto un moncherino, la pelle appena corrugata lì dove il chirurgo l'ha allungata per riattaccarla con l'osso.
Jeevatharsin ha perso il suo braccio cinque mesi fa a causa di un colpo di artiglieria, ci dice suo padre Loganathan Sinnathambi, che coltivava riso fin quando la sua famiglia non è stata costretta a fuggire dai combattimenti tra i soldati governativi e i ribelli nella loro città, Trincomalee, lo scorso luglio. Si sono diretti a sud, ma ogni volta che trovavano riparo da un parente o in un campo di rifugiati (rifugiati interni, come vengono chiamati nel loro Paese), i combattimenti riprendevano ed erano costretti a fuggire di nuovo. Lo scorso novembre, la famiglia si era accampata in una tenda nella città di Kathiraveli, quando durante un bombardamento un colpo di artiglieria è caduto nelle vicinanze. Un frammento si è insinuato attraverso le maglie della tenda uccidendo il fratello di Jeevatharsin, di soli 7 anni, un altro ha creato un foto grosso quanto un pugno nella schiena dell'altro fratello di 4 anni, un altro ancora è entrato nel suo braccio. Sinnathambi ha portato la sua famiglia ancora più a sud, verso il distretto di Batticaloa, dove li ho incontrati, in un campo improvvisato, all'inizio di marzo, ancora ancora sotto shock per l'accaduto. "Era piena di vita una volta", ci dice il padre, indicando la figlia con la testa. "Ora è spaventata e piange e viene da me di continuo. Non fa altro che piangere"
