mercoledì 8 febbraio 2012

La Chiesa: prendere tutto o lasciare



C'è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui trascorrevo i miei giorni tra i banchi polverosi di una piccola chiesa di paese, di quelle che appartengono ad un solo quartiere, in cui si ritrovano per la messa le comari dei palazzi circostanti, seguite dai loro nipoti numerosi e dalle madri inesperte che li richiamano invano. Tre linee genealogiche ad ascoltare le parole domenicali di un solo uomo.
Le comari sedevano sui banchi di legno coi loro fisici ormai rotondi e la vecchiaia dei banchi rispondeva con rumori di sofferenza ed eco di austerità. Recitavano come mantra i loro rosari e il coro dei loro Pater si confondeva fino a non capire più nessuna delle parole che pronunciavano.
Da aiuto-sagrestano come mi piaceva definirmi, ho vissuto in questa atmosfera buona parte degli anni della mia infanzia, orgoglioso dei banchi da cui avevo tolto la polvere delle tarme; abbracciavo boccioni pieni d'acqua alti metà di me, così pesanti da sembrare montagne a un bambino che pensava ancora ai cartoni animati e alle moltiplicazioni. Ma ricordo ancora con piacere la soddisfazione di riportare il boccione vuoto in sagrestia, dopo aver dissetato tutte le piante della chiesa e del sagrato.
Finito il mio dovere, senza mettere fine alla sua partecipazioni ai Pater e Ave del rosario, mia nonna, sagrestana ufficiale, estraeva dalla sua leggera borsetta di plastica impermeabile un piccolo malloppetto avvolto in un tovagliolo di carta, nascosto sotto ferri da lana e opere incomplete e stretto fra libretti sacri. Conteneva quello che sembrava il cibo più buono di questa terra, due fette di pane col formaggio, il premio per un cavaliere che era tornato dalla guerra dove aveva fatto il suo dovere. Potevo mangiare in chiesa: se ne concedono di privilegi a un bambino, prima che la sua vita diventi più di doveri e divieti, che di piaceri.
All'entrata della chiesa, c'era un presepe perenne, nascosto da una tenda che veniva ritirata solo nel periodo natalizio, quando si accendevano le luci nelle grotte, si illuminavano i fuochi degli artigiani, comparivano le stelle in cielo. Quei pastori hanno fatti di chilometri sul muschio tra le mie mani e hanno vissuto avventure fantastiche…
Dall'altro lato, invece, era stato disposto un confessionale, di quelli vecchio stampo: niente luci che avvertono i fedeli del fatto che il prete officiante sia occupato, ma solo una tenda a dividere chiesa e reverendo. Lì dentro, avevo sistemato decine di volantini della messa, a dar sfogo a uno dei mie sogni: avere un'edicola tutta mia. Ancor oggi guardo con invidia gli omini nascosti negli antri delle loro edicole, anche se la società non reputa normale l'invidia di un ingegnere per un venditore di giornali.
Così se ne sono andati gli anni della spensieratezza, in cui ho imparato i dettami del vangelo e le risposte da fornire al prete durante il grande spettacolo della messa; ho imparato cosa fosse la transustanziazione, l'importanza dei sacramenti e mi sono sentito perso al solo pensiero di dover vivere senza i princìpi della Chiesa. Ho imparato che ci si inchina davanti all'altare, che toccare il sacrario con le ostie fosse offesa al Santissimo (anche se non ho mai capito se questo Santissimo vivesse di vita propria o dentro le ostie). Ho imparato che ciò che un solo uomo dice da dietro l'altare valeva come le parole del Dio stesso e fosse, pertanto, sicuramente vero e incontestabile.
Ma oggi, non riesco ad entrare in una chiesa e ascoltare un prete che parla senza sentire risentimento e disapprovazione per l'istituzione che egli rappresenta. Sento in ogni sua parola il continuo riferimento all'idea standardizzata di famiglia e una condanna perenne alla felicità di chi è omosessuale, ai cui diritti e desideri mi sento sensibile. La sensazione di violazione della libertà di azione e pensiero di un gruppo di persone mi sembra insostenibile e incompatibile con quello che io leggevo sul vangelo da bambino sui banchi di quella vecchia chiesa. Tutto mi sembra interpretazione, ho il forte istinto luterano di decidere da me quale sia il signifiato da dare alle Sacre Scritture.
Il parroco si fa accompagnare alla lettura da una processione di bambini coi ceri, in quella che sembra più un'autocelebrazione che un'azione liturgica; dice di perseguire il bene, trita e ritrita l'argomento dell'amore divino, ma tutte le sue parole sembrano vaporose e ciò che mi colpisce è che ciò di cui parla non sembra affatto attualizzato.
Perseguire il bene è cosa nobile, ma perché non sento inviti a pagare le tasse, a non cercare le raccomandazioni per fare carriera, a denunciare le ingiustizie?
L'amore divino è cosa grande, ma perché non sento inviti a comprendere lo straniero, a capire i suoi problemi, a ricordare che anche noi siamo stati stranieri per qualcuno?
Come si può far affidamento su un'istituzione che impedisce ai divorziati e ai loro nuovi compagni di fare la comunione, impedendo loro di professare la loro fede? Come posso fidarmi di un'istituzione che ingerisce da sempre negli affari di questo paese ma che si ricorda di far riferimento a un paese estero, quando c'è da pagare i tributi sui propri immobili, nel paese in cui ingerisce, quando questo è travolto dalla sua peggiore crisi economica?
Come posso fidarmi dell'uomo che guida questa istituzione, che prima di salire al soglio pontificio ha nascosto lo scandalo dei preti pedofili, spostandoli in altre parrocchie dove hanno continuato a esercitare violenza sui minori? E come posso fidarmi di lui, ora che gli scandali sono venuti alla luce in mezzo mondo ed egli si vede costretto a mostrare di volerli combattere?
Non posso accettare nulla di tutto questo: come si può nascondere i preti pedofili e recitare in chiesa ai fedeli "chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse legata una macina d’asino al collo e che fosse sommerso nel fondo del mare (Matteo 18,6 )"?
Come si può accettare la ricchezza della Chiesa e ricordare di fianco Gesù che butta per aria i banchi dentro il tempio? Come di può accettare che la Chiesa tergiversi sui tributi da pagare sui propri esercizi e chida solo ai fedeli di "dare a Cesare quel che è di Cesare" (Matteo 22,15)?
La chiesa è una fortezza senza ponti, costruita su un'isola in mezzo al fiume, senza contatti con la terra ferma. Non accetta la novità e il compromesso, non accetta di alleggerire i suoi dettami di ferro di fronte a motivazioni superiori. Questo è diventata: prendere tutto o lasciare. Ma lasciare significa quasi una scomunica in questo angolo di mondo, in cui bisogna per forza battezzarsi, comunicarsi, cresimarsi, sposarsi, perché lo hanno fatto i nonni, gli zii, i genitori e altre decine di generazioni precedenti; questo è un posto in cui chi non si sposa in chiesa è guardato come un essere buffo, eccentrico, esotico. Ci sono madri che si disperano nel non poter vedere la propria figlia trascinare la coda di un vestito bianco nella navata di una chiesa.
Eppure i matrimoni in chiesa finiscono quasi per il 25% in divorzi; forse qualche anno di convivenza prima del grande passo, avrebbe risparmiato a molti successive sofferenze e spese esagerate per avvocati. Ma la convivenza è peccato, meglio avere carne da matrimonio, a cui negare il diritto alla comunione, quando scioglierà il sacro vincolo.
Si dice nel Credo "credo nella chiesa, una, santa, cattolica e apostolica": ma è ancora una chiesa cattolica, nel senso dell'osservazione del vangelo? Ed è ancora apostolica. visto che ciò che predica non trova molti concordi? Ed è stata santa, in questi giorni di gelo siberiano, in cui quasi nessuna chiesa è stata aperta per i senza tetto?
Ora che la chiesetta di paese non apre più per i rosari mariani di maggio e le messe della domenica, rimane uno scrigno di ricordi e di assopite convinzioni. Conserva al suo interno i princìpi di un bambino, che credeva in una favola di speranza e ora si trova con un racconto gotico di ipocrisia e magra realtà.