martedì 5 giugno 2012

L'arte del giorno dopo

La notizia di un terremoto ti raggiunge quasi sempre al mattino, quando si accende il televisore, per farsi compagnia. Così, il resoconto delle vittime e dell'entità della scossa, si sovrappongono al rumore delle stoviglie e delle tazze, al gas che si accende e al profumo del caffè. Sembra quasi che la terra sia un'entità pensante (forse per questo qualcuno ha pensato di darle un nome, chiamandola Gaia) che si diverta o abbia l'abitudine di sorprendere le vittime del suo risveglio sempre nel sonno o nella veglia forzata dall'insonnia. Le immagini dei palazzi caduti e delle montagne di resti edili, sembrano somigliarsi tutti, e ogni volta sembra di rivedere sempre le stesse immagini, di risentire sempre gli stessi commenti delle vittime, le stesse parole dei giornalisti, le stesse analisi degli esperti, come in un triste refrain. Ciò che mi sorprende, è che cinque minuti dopo aver appreso la notizia, non posso che chiedermi sempre le stesse cose: quanti di quei crolli potevano essere evitati? Quante vittime potevano essere risparmiate? Quanti soldi, ora da destinare alla ricostruzione, potevano essere utilizzati per la crescita del paese? Diciamocelo sinceramente: gli italiani sono maestri nell'arte del pianto del giorno dopo, ma sono pessimi nell'arte della prevenzione dei giorni prima. Questo è un paese in cui si prepara un condono edilizio ogni 5-6 anni, da una parte x far cassa, dall'altra per dare sollievo ai ricconi che costruiscono le proprie ville non a norma e a due metri dal mare. Questo è un paese in cui non si effettuano analisi sulla tenuta degli edifici, un paese in cui alcune aziende edili costruiscono impiegando sabbia, un paese in cui anche chi commissiona la propria casa non si premura di far controllare che venga costruita a norma di legge. Questo è un paese, in cui qualcuno ancora ritiene di vivere in una zona sicura dal punto di vista sismico e che sia accettabile costruire in modo scadente o richiedere un risparmio sul materiale usato dalla ditta che abbiamo ingaggiato. Questo è un paese che non tutela il suo immenso patrimonio artistico, non effettuando nessuna manutenzione o restauro periodico; sembra a tratti, che agli italiani non interessa affatto il proprio patrimonio d'arte, come chi nasce coi soldi in tasca non comprende il valore del denaro. Le chiese, le statue, i templi, sono qualcosa che questa generazione di italiani non si è guadagnato, ma ha ricevuto in dote da chi ci ha preceduti, che si è impegnato a costruire e/o a tutelare. Ma di questo non c'è da sorprendersi, in un paese che non ha ancora scoperto l'empatia, in cui si finge di comprendere e condividere la sofferenza degli altri, per poi finire a guardare il proprio stretto tornaconto. Così, non si può rinunciare alla parata del 2 giugno, se ne fa una versione sobria, salvo poi finire con un pranzo principesco per il solito crogiolo di politicanti e leccaculo (ma era un pranzo con prodotti provenienti dalle proprietà sequestrate alla mafia, era un pranzo empatico) Intanto, il papa, ormai benedetto solo nel nome e poco nella ragione, fa una tre giorni in Lombardia spendendo 13 milioni. Si dirà che è un capo estero. Certo, ma io non conosco nessun altro capo estero che va a fare le sue prediche negli altri stati, a spese di questi. Almeno sarebbe gradita la buona creanza di rinunciare, destinando i soldi agli sfollati, ma "the show must go on", o è solo la baracca in decadenza della chiesa a dover essere tenuta in piedi. Così, da un palco che avrebbe fatto invidia ai Pink Floyd, il poco benedetto ammansisce la truppa sulla famiglia naturale. Come un capo di stato che predica la dittatura, in un paese estero che deve decidere sulla democrazia.