venerdì 29 gennaio 2010

Storia di un vero eroe



Questo è un paese che dimentica molto facilmente il volto dei propri eroi, perchè è molto più facile che si ricordi chi ha bestemmiato al grande fratello piuttosto che chi ha donato il proprio sangue per la vita di questa nazione. Gli italiani, si sa, sono un popolo che dimentica e facilmente: è pronto oggi a condannare e poi a perdonare più avanti, come se niente fosse accaduto. Spesso è un popolo che non riesce a ricordare con le sole proprie forze e si affida a ciò che figure più autorevoli o presunte tali producono come ricordo davanti ai media sempre presenti, accettando a testa china le loro nemesi.

Così dopo dieci anni qualcuno ricorda Craxi come un eroe, e via buona parte dell'opinione pubblica dietro al ricordo smielato, dimenticando le tangenti e la fuga da latitante in favore della più dolce immagine dello statista tutto di un pezzo e innovatore, che l'aveva fatta vedere agli americani, ma che nel frattempo celava in Svizzera i finanziamenti illeciti nascondendoli anche al suo stesso partito. Forse ci sarà una strada col suo nome a Milano perchè la vergogna dev'essere portata sempre fino in fondo. Qualche tempo fa un assessore romano aveva proposto di intitolare una via alla madre defunta dello psiconano (perchè senza il suo impegno lui non sarebbe mai sceso in politica) e si era pensato alla solita boutade; ma questa volta sembra che niente potrò opporsi allo scempio storico e topomastico. D'altronde, lo psiconano deve molto all'ex leader socialista, che negli ottanta gli ha permesso di volare a vele spiegate verso l'affermazione delle proprie aziende, in cambio di piccoli aiutini economici sui conti svizzeri, com'era consuetudine in quei tempi. Forse è senza quei soldi che lo psiconano non sarebbe sceso mai in politica, e il sindaco meneghino, che deve tanto allo psiconano, deve tanto anche a Craxi che ha reso possibile la sua esistenza di imprenditore. Per questo la Letizia nazionale tirerà giù commossa ed entusiasta il velo che coprirà la targa della strada intitolata a Bettino Craxi.

E allora oggi facciamo un'opera buona, aiutiamo qualcuno a ricordare chi sono gli eroi che vale la pena di non dimenticare; perciò, abbiamo scelto una storia, la storia di uno di loro, uno di quelli il cui nome si pronuncia poco sulle tv (per lavarsi ogni tanto la bocca da politico patentato), uno di quelli che ha fatto la sola cosa che fosse giusto fare: il proprio dovere. Questa è la storia di Giorgio Ambrosoli.


La storia che raccontiamo inizia nel 1971, quando il banchiere Michele Sindona comincia ad essere oggetto di indagini per via delle sue presunte attività illecite; la Banca d'Italia, infatti, aveva deciso di investigare sui suoi movimenti allo scopo di evitare possibili sentimenti di paura fra i correntisti. L'idea era di evitare che la paura si scatenasse prevenendo le banche di Sindona dal fallire. Sindona, comunque, riuscì lo stesso ad ottenere un prestito dalla Banca di Roma (attraverso la quale la Banca di Italia stava svolgendo le proprie indagini) nel rispetto di tutte le procedure. Di quest'ultime di interessò il direttore generale del Banco di Roma, Giovanbattista Fignon, che diventerà vice presidente e amministratore delegato della Banca Privata Italiana, che Sindona costituirà fondendo le banche possedute in precedenza. Una volta vistosi assegnato il suo nuovo incarico, Fignon si trasferì a Milano per compiere il proprio lavoro e ben presto si accorse delle azioni illecite che Sindona e i suoi collaboratori avevano messo in piedi, provvedendo subito alla loro sospensione. Il lavoro che fece fu egregio, ma di certo smosse qualche stomaco debole a Roma, che cominciò a vedere il suo operato come un ostacolo scomodo. Tutto quello che poté fare fu scrivere una dettagliata relazione sullo stato della banca nel 1974.

Il contenuto della relazione era evidentemente compromettente e indusse all'ordine di un commissario liquidatore, compito al quale venne destinato Giorgio Ambrosoli. Una volta assunta la direzione della banca, Ambrosoli fu presto in grado di scoprire tutte le attività irregolari messe in atto da Sindona e giunse alla scoperta anche della società Fasco, usata come interconnesione tra le attività lecite e quelle illecite; vennero fuori anche notevoli falsità contabili e tentativi di corruzione non si fecero attendere. Qualcuno voleva che Ambrosoli firmasse documenti compromettenti che attestassero la correttezza delle operazioni intraprese dalla Banca privata Italiana. Se questo fosse accaduto, lo stato italiano (e quindi la Banca d'Italia) avrebbero sanato le perdite (ingenti) della banca, con Sindona di conseguenza pulito da qualsiasi causa civile e penale.

Nonostante i rischi che sapeva di correre, Ambrosoli si rifiutò e confermò l'esigenza di liquidare la banca, nonostante le gravi minacce che si susseguirono nel tempo. Ambrosoli provò la responsabilità di Sindona anche nei confronti di una banca americana, la Franklin National Bank, tanto da vedersi l'FBI affiancarsi alla magistratura italiana nelle indagini. Ambrosoli concluse le proprie indagini e non gli rimaneva che sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.

La sera dell'11 luglio 1979, fu avvicinato da uno sconosciuto mentre rincasava verso casa. Lo sconosciuto era William J.Aricò, un sicario fatto venire appositamente dall'America e già pagato con un anticipo di 25000 dollari e con un bonifico di altri 90000 dollari su un conto bancario svizzero. Aricò esplose verso Ambrosoli quattro colpi di una magnum 357, uccidendolo. Ai funerali di Ambrosoli non era presente nessuna autorità pubblica, ma solo rappresentanti della Banca d'Italia.

Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo Sindona in contatto con il killer) vennero condannati all'ergastolo per l'omicidio di Ambrosoli

Qualche tempo prima di essere ucciso, Ambrosoli, forse conscio che qualcuno l'avrebbe messo forzatamente a tacere presto o tardi, scrisse una lettera alla moglie:


"Anna carissima,

è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. (Banca Privata Italiana n.d. r.) atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica.

Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente dì ogni colore e risma non tranquillizza affatto. E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.

Ricordi i giorni dell'Umi (Unione Monarchica Italiana n.d.r.) , le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [... ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.

Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro [... ]

Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi".





mercoledì 20 gennaio 2010

Figli di un dio minore



I fiumi di inchiostro sono scorsi copiosi, per riempire le pagine dei giornali che sopravvivono grazie ai contributi statali, ma senza assicurare mai un'informazione completa e libera; le parole hanno riempito i talk show e le notizie dei telegiornali asserviti, per edulcorare le menti degli spettatori, a dimostrazione che la nostra non è una democrazia, perchè dove non c'è conoscenza non si può esercitare il diritto alla libertà.

I fatti di Rosarno hanno dato da mangiare e lavorare a tanti in questi giorni, ma in pochi hanno davvero raccontato la verità o ciò che si sarebbe dovuto raccontare; l'episodio è diventato il solito pretesto per i soliti xenofobi (molti dei quali nel governo) per riaffermare le solite grida all'untore nero ed extracomunitario, nascondendo la testa sotto la sabbia per non vedere e non far vedere.

Quasi nessuno ha detto dei tempi snervanti cui sono costretti gli immigrati che lavorano regolarmente nel nostro Paese per ottenere il permesso di soggiorno: dieci anni di residenza obbligatoria (contro i cinque degli USA, Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Svezia e Finlandia), ai quali vanno aggiunti altri tre anni per lo sbrigo delle incombenze burocratiche. Il totale dice tredici anni. La maggior parte degli immigrati aggrediti in modo bieco in Calabria sono regolari che pagano le tasse (insieme agli altri regolari sul territorio nazionale contribuiscono all'erario con 5,6 miliardi di euro, una somma superiore a quella ottenuta con lo scudo fiscale), ma nonostante questo non godono di molti dei diritti fondamentali dei contribuenti italiani: non possono accedere alle social card destinate alle famiglie meno abbienti, agli assegni sociali, ai rimborsi per l'acquisto dei pannolini e latte artificiale. A questo va aggiunta la negazione del diritto al voto passivo e attivo alle elezioni.

Tutto questo cozza con l'andamento delle cose negli altri Paesi, dove proprio la concessione di questi diritti è stato il mezzo principale di integrazione sociale: la Germania ha smesso, per esempio, dopo molti anni, di considerare gli immigrati come dei semplici lavoratori e ha ridotto a otto anni il tempo obbligatorio di residenza prima di poter chiedere il permesso di soggiorno, ma trascorsi questi non si prevedono poi le nostre attese burocratiche. L'Inghilterra ha proposto di aggiungere da 1 a 3 anni di prova (un solo anno se l'immigrato è impegnato in opere di volontariato) dopo i cinque di residenza e un esame scritto di lingua inglese, mantenendo comunque l'attesa al di sotto dei nostri tempi geologici. Tra l'altro va sottolineato che i tre mesi di attesa in Italia spesso vengono sforati e ora col pacchetto sicurezza i cittadini che fanno domanda di cittadinanza sono costretti a sborsare anche 200 euro.



Le condizioni degli immigrati
Il 72% degli immigrati impiegati in agricoltura, secondo Medici Senza Frontiere, non dispone di un permesso di soggiorno, a dimostrazione che essi, quando lavorano in nero per le imprese locali, per pochi euro al giorno, sono accolti a braccia aperte, ma non appena si ribellano alle loro condizione i fucili caricati a piombini (e spesso anche a proiettili) sono pronti a fare fuoco. Questi eventi si verificano non spessissimo, perchè visti gli scarsi guadagni (sempre meglio della miseria) e la loro condizione di irregolari, gli extracomunitari sono facilmente ricattabili e pronti anche ad accettare condizioni di vita indecorose.

Questi poveri figli di Cristo dimenticati, possono contare solo sull'aiuto di MSF e di qualche altra onlus, che distribuiscono loro beni di prima necessità e per l'igiene personale; vivono alle intemperie e nella melma, perchè queste condizioni di vita sono pur meglio di quelle che affrontavano nei loro Paesi di origne, dove hanno lasciato i loro familiari che aspettano parte dei pochi euro che sono venuti a guadagnarsi col sudore, affrontando i lavori che i nostri connazionali non vogliono affrontare, spesso sostenendo un settore primario sempre sull'orlo del traballamento. Non possono neanche concedersi il lusso di una vita stanziale, perchè la loro esistenza è scandita dai ritmi stagionali dell'agricoltura: si spostano in Sicilia per raccogliere le patate, in Calabria per le arance, in Puglia per i pomodori, in Campania per le fragole.

Il 65% degli immigrati vive in luoghi e strutture abbandonati, il 53% dorme per terra, solo il 20% vive in appartamenti regolarmente affittati, pagati con i 25 euro al giorno che guadagnano quando tutto va bene. Il 64% degli immigrati non ha accesso all'acqua potabile e il 62% non ha servizi igienici. Tutto questo descrive condizioni di vita nettamente al di sotto degli standard di vita e in cui le malattie proliferano liberamente senza alcun impedimento; quello che sorprende, è che gli immigrati arrivano in Italia in piena salute (almeno così è per il 76% di loro) ed è nella mancanza di igiene che contraggono le malattie peggiori: infezioni all'apparato respiratorio (13%), malattie alle ossa e ai muscoli (22%), gastriti (12%). E spesso si registrano casi di scabbia e tubercolosi.

Purtroppo il 75% dei stranieri non può accedere ai servizi sanitari (neanche quelli che la legge Turco-Napolitano aveva pensato per gli irregolari): infatti il 71% non ha una tessera sanitaria, molti hanno paura di essere denunciati (dopo che per legge il centro-destra ha consentito ai medici di poter denunciare gli irregolari, in piena violazione del codice deontologico) e altri non possono permettersi di perdere la paga giornaliera e correre il rischio di essere licenziati e sostituiti.

Nessuno ricorda mai che gli immigrati contribuiscono fortemente alla nostra economia, e dovunque vengano sfruttati, quando non è più necessario il loro impiego, si cerca di cancellare le tracce della loro presenza, come dimostrano i fatti calabresi; ma questo accade ormai un po' dappertutto, come dimostrano anche gli accadimenti di Cassibile del 2006: dopo la raccolta delle patate, un misterioso incendio distrugge gli accampamenti degli stagionali, che fuggono non potendo rendersi troppo visibili, vista la loro condizione di clandestini. Intanto il ministro Maroni ammette a testa bassa dagli scranni del Senato: "La maggioranza degli immigrati coinvolti nei fatti di Rosarno risulta in regola con il permesso di soggiorno, ma non con il contratto di lavoro". Parole che si faticano a dire per un leghista, ma che, dopo aver sentito accuse ai migranti che non vogliono integrarsi, valgono meno di un contentino.