martedì 5 giugno 2012

L'arte del giorno dopo

La notizia di un terremoto ti raggiunge quasi sempre al mattino, quando si accende il televisore, per farsi compagnia. Così, il resoconto delle vittime e dell'entità della scossa, si sovrappongono al rumore delle stoviglie e delle tazze, al gas che si accende e al profumo del caffè. Sembra quasi che la terra sia un'entità pensante (forse per questo qualcuno ha pensato di darle un nome, chiamandola Gaia) che si diverta o abbia l'abitudine di sorprendere le vittime del suo risveglio sempre nel sonno o nella veglia forzata dall'insonnia. Le immagini dei palazzi caduti e delle montagne di resti edili, sembrano somigliarsi tutti, e ogni volta sembra di rivedere sempre le stesse immagini, di risentire sempre gli stessi commenti delle vittime, le stesse parole dei giornalisti, le stesse analisi degli esperti, come in un triste refrain. Ciò che mi sorprende, è che cinque minuti dopo aver appreso la notizia, non posso che chiedermi sempre le stesse cose: quanti di quei crolli potevano essere evitati? Quante vittime potevano essere risparmiate? Quanti soldi, ora da destinare alla ricostruzione, potevano essere utilizzati per la crescita del paese? Diciamocelo sinceramente: gli italiani sono maestri nell'arte del pianto del giorno dopo, ma sono pessimi nell'arte della prevenzione dei giorni prima. Questo è un paese in cui si prepara un condono edilizio ogni 5-6 anni, da una parte x far cassa, dall'altra per dare sollievo ai ricconi che costruiscono le proprie ville non a norma e a due metri dal mare. Questo è un paese in cui non si effettuano analisi sulla tenuta degli edifici, un paese in cui alcune aziende edili costruiscono impiegando sabbia, un paese in cui anche chi commissiona la propria casa non si premura di far controllare che venga costruita a norma di legge. Questo è un paese, in cui qualcuno ancora ritiene di vivere in una zona sicura dal punto di vista sismico e che sia accettabile costruire in modo scadente o richiedere un risparmio sul materiale usato dalla ditta che abbiamo ingaggiato. Questo è un paese che non tutela il suo immenso patrimonio artistico, non effettuando nessuna manutenzione o restauro periodico; sembra a tratti, che agli italiani non interessa affatto il proprio patrimonio d'arte, come chi nasce coi soldi in tasca non comprende il valore del denaro. Le chiese, le statue, i templi, sono qualcosa che questa generazione di italiani non si è guadagnato, ma ha ricevuto in dote da chi ci ha preceduti, che si è impegnato a costruire e/o a tutelare. Ma di questo non c'è da sorprendersi, in un paese che non ha ancora scoperto l'empatia, in cui si finge di comprendere e condividere la sofferenza degli altri, per poi finire a guardare il proprio stretto tornaconto. Così, non si può rinunciare alla parata del 2 giugno, se ne fa una versione sobria, salvo poi finire con un pranzo principesco per il solito crogiolo di politicanti e leccaculo (ma era un pranzo con prodotti provenienti dalle proprietà sequestrate alla mafia, era un pranzo empatico) Intanto, il papa, ormai benedetto solo nel nome e poco nella ragione, fa una tre giorni in Lombardia spendendo 13 milioni. Si dirà che è un capo estero. Certo, ma io non conosco nessun altro capo estero che va a fare le sue prediche negli altri stati, a spese di questi. Almeno sarebbe gradita la buona creanza di rinunciare, destinando i soldi agli sfollati, ma "the show must go on", o è solo la baracca in decadenza della chiesa a dover essere tenuta in piedi. Così, da un palco che avrebbe fatto invidia ai Pink Floyd, il poco benedetto ammansisce la truppa sulla famiglia naturale. Come un capo di stato che predica la dittatura, in un paese estero che deve decidere sulla democrazia.

mercoledì 8 febbraio 2012

La Chiesa: prendere tutto o lasciare



C'è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui trascorrevo i miei giorni tra i banchi polverosi di una piccola chiesa di paese, di quelle che appartengono ad un solo quartiere, in cui si ritrovano per la messa le comari dei palazzi circostanti, seguite dai loro nipoti numerosi e dalle madri inesperte che li richiamano invano. Tre linee genealogiche ad ascoltare le parole domenicali di un solo uomo.
Le comari sedevano sui banchi di legno coi loro fisici ormai rotondi e la vecchiaia dei banchi rispondeva con rumori di sofferenza ed eco di austerità. Recitavano come mantra i loro rosari e il coro dei loro Pater si confondeva fino a non capire più nessuna delle parole che pronunciavano.
Da aiuto-sagrestano come mi piaceva definirmi, ho vissuto in questa atmosfera buona parte degli anni della mia infanzia, orgoglioso dei banchi da cui avevo tolto la polvere delle tarme; abbracciavo boccioni pieni d'acqua alti metà di me, così pesanti da sembrare montagne a un bambino che pensava ancora ai cartoni animati e alle moltiplicazioni. Ma ricordo ancora con piacere la soddisfazione di riportare il boccione vuoto in sagrestia, dopo aver dissetato tutte le piante della chiesa e del sagrato.
Finito il mio dovere, senza mettere fine alla sua partecipazioni ai Pater e Ave del rosario, mia nonna, sagrestana ufficiale, estraeva dalla sua leggera borsetta di plastica impermeabile un piccolo malloppetto avvolto in un tovagliolo di carta, nascosto sotto ferri da lana e opere incomplete e stretto fra libretti sacri. Conteneva quello che sembrava il cibo più buono di questa terra, due fette di pane col formaggio, il premio per un cavaliere che era tornato dalla guerra dove aveva fatto il suo dovere. Potevo mangiare in chiesa: se ne concedono di privilegi a un bambino, prima che la sua vita diventi più di doveri e divieti, che di piaceri.
All'entrata della chiesa, c'era un presepe perenne, nascosto da una tenda che veniva ritirata solo nel periodo natalizio, quando si accendevano le luci nelle grotte, si illuminavano i fuochi degli artigiani, comparivano le stelle in cielo. Quei pastori hanno fatti di chilometri sul muschio tra le mie mani e hanno vissuto avventure fantastiche…
Dall'altro lato, invece, era stato disposto un confessionale, di quelli vecchio stampo: niente luci che avvertono i fedeli del fatto che il prete officiante sia occupato, ma solo una tenda a dividere chiesa e reverendo. Lì dentro, avevo sistemato decine di volantini della messa, a dar sfogo a uno dei mie sogni: avere un'edicola tutta mia. Ancor oggi guardo con invidia gli omini nascosti negli antri delle loro edicole, anche se la società non reputa normale l'invidia di un ingegnere per un venditore di giornali.
Così se ne sono andati gli anni della spensieratezza, in cui ho imparato i dettami del vangelo e le risposte da fornire al prete durante il grande spettacolo della messa; ho imparato cosa fosse la transustanziazione, l'importanza dei sacramenti e mi sono sentito perso al solo pensiero di dover vivere senza i princìpi della Chiesa. Ho imparato che ci si inchina davanti all'altare, che toccare il sacrario con le ostie fosse offesa al Santissimo (anche se non ho mai capito se questo Santissimo vivesse di vita propria o dentro le ostie). Ho imparato che ciò che un solo uomo dice da dietro l'altare valeva come le parole del Dio stesso e fosse, pertanto, sicuramente vero e incontestabile.
Ma oggi, non riesco ad entrare in una chiesa e ascoltare un prete che parla senza sentire risentimento e disapprovazione per l'istituzione che egli rappresenta. Sento in ogni sua parola il continuo riferimento all'idea standardizzata di famiglia e una condanna perenne alla felicità di chi è omosessuale, ai cui diritti e desideri mi sento sensibile. La sensazione di violazione della libertà di azione e pensiero di un gruppo di persone mi sembra insostenibile e incompatibile con quello che io leggevo sul vangelo da bambino sui banchi di quella vecchia chiesa. Tutto mi sembra interpretazione, ho il forte istinto luterano di decidere da me quale sia il signifiato da dare alle Sacre Scritture.
Il parroco si fa accompagnare alla lettura da una processione di bambini coi ceri, in quella che sembra più un'autocelebrazione che un'azione liturgica; dice di perseguire il bene, trita e ritrita l'argomento dell'amore divino, ma tutte le sue parole sembrano vaporose e ciò che mi colpisce è che ciò di cui parla non sembra affatto attualizzato.
Perseguire il bene è cosa nobile, ma perché non sento inviti a pagare le tasse, a non cercare le raccomandazioni per fare carriera, a denunciare le ingiustizie?
L'amore divino è cosa grande, ma perché non sento inviti a comprendere lo straniero, a capire i suoi problemi, a ricordare che anche noi siamo stati stranieri per qualcuno?
Come si può far affidamento su un'istituzione che impedisce ai divorziati e ai loro nuovi compagni di fare la comunione, impedendo loro di professare la loro fede? Come posso fidarmi di un'istituzione che ingerisce da sempre negli affari di questo paese ma che si ricorda di far riferimento a un paese estero, quando c'è da pagare i tributi sui propri immobili, nel paese in cui ingerisce, quando questo è travolto dalla sua peggiore crisi economica?
Come posso fidarmi dell'uomo che guida questa istituzione, che prima di salire al soglio pontificio ha nascosto lo scandalo dei preti pedofili, spostandoli in altre parrocchie dove hanno continuato a esercitare violenza sui minori? E come posso fidarmi di lui, ora che gli scandali sono venuti alla luce in mezzo mondo ed egli si vede costretto a mostrare di volerli combattere?
Non posso accettare nulla di tutto questo: come si può nascondere i preti pedofili e recitare in chiesa ai fedeli "chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse legata una macina d’asino al collo e che fosse sommerso nel fondo del mare (Matteo 18,6 )"?
Come si può accettare la ricchezza della Chiesa e ricordare di fianco Gesù che butta per aria i banchi dentro il tempio? Come di può accettare che la Chiesa tergiversi sui tributi da pagare sui propri esercizi e chida solo ai fedeli di "dare a Cesare quel che è di Cesare" (Matteo 22,15)?
La chiesa è una fortezza senza ponti, costruita su un'isola in mezzo al fiume, senza contatti con la terra ferma. Non accetta la novità e il compromesso, non accetta di alleggerire i suoi dettami di ferro di fronte a motivazioni superiori. Questo è diventata: prendere tutto o lasciare. Ma lasciare significa quasi una scomunica in questo angolo di mondo, in cui bisogna per forza battezzarsi, comunicarsi, cresimarsi, sposarsi, perché lo hanno fatto i nonni, gli zii, i genitori e altre decine di generazioni precedenti; questo è un posto in cui chi non si sposa in chiesa è guardato come un essere buffo, eccentrico, esotico. Ci sono madri che si disperano nel non poter vedere la propria figlia trascinare la coda di un vestito bianco nella navata di una chiesa.
Eppure i matrimoni in chiesa finiscono quasi per il 25% in divorzi; forse qualche anno di convivenza prima del grande passo, avrebbe risparmiato a molti successive sofferenze e spese esagerate per avvocati. Ma la convivenza è peccato, meglio avere carne da matrimonio, a cui negare il diritto alla comunione, quando scioglierà il sacro vincolo.
Si dice nel Credo "credo nella chiesa, una, santa, cattolica e apostolica": ma è ancora una chiesa cattolica, nel senso dell'osservazione del vangelo? Ed è ancora apostolica. visto che ciò che predica non trova molti concordi? Ed è stata santa, in questi giorni di gelo siberiano, in cui quasi nessuna chiesa è stata aperta per i senza tetto?
Ora che la chiesetta di paese non apre più per i rosari mariani di maggio e le messe della domenica, rimane uno scrigno di ricordi e di assopite convinzioni. Conserva al suo interno i princìpi di un bambino, che credeva in una favola di speranza e ora si trova con un racconto gotico di ipocrisia e magra realtà.



venerdì 27 gennaio 2012

PIL: esiste una misura migliore?



Ha acceso il dibattito la dichiarazione del presidente francese Sarkozy dello scorso mese (ottobre 2009, ndr), con la quale si affermava che ogni paese dovrebbe tener conto del fattore felicità nelle statistiche di crescita. Dopo tutto, la sua campagna politica si è basata sulla promessa della creazione di benessere, e riarrangiare i dati, includendo il sistema del welfare e le famose vacanze "generose" francesi, sembra essere un modo semplice per adempiere a un promessa che sta cercando in ogni modo di mantenere.
Ma se Sarkozy avesse avuto un'ottima intuizione? Alla fine, ciò a cui voleva alludere - il prodotto interno lordo - è stato sempre inteso come rappresentazione della quantità di denaro che passa di mano. Allo stesso tempo, usiamo continuamente la crescita economica come un modo semplice per capire quanto un paese stia operando opportunamente. Se dovessimo usare una metrica che tenga traccia del nostro progresso, non dovremmo scegliere qualcosa che misuri le cose che ci stanno a cuore?
Molti legislatori hanno messo in guardia sulla possibilità di confondere l'attività economica col benessere fin da quando l'economista Simon Kuznets ideò un modo per misurare l'attività economica stessa durante la Grande Depressione. Fu proprio Kuznets a sottolineare che "il grado di felicità di una nazione può… difficilmente essere ricavato dal dato della ricchezza nazionale". Settantacinque (ora settantotto, ndr) anni dopo, il PIL sembra essere un'idea che abbia ormai fatto il suo tempo. "Il PIL misura, in un certo senso, quanta roba da sganciare sul nemico possiamo produrre", ha dichiarato Alan Krueger - ora economista di punta nell'amministrazione Obama - al Forum Mondiale dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) nel 2007. "È naturale che dopo la Guerra Fredda si passi a nuove misure del buon operato di una società".
Disastri naturali, perdite di petrolio, incidenti d'auto, rivolte, crimine: tutto ciò che si finanzia per risolvere problemi di questo tipo aumenterà il PIL. Aiutare un vicino a salire le scale, saltare il lavoro per vedere la prima partita in Little League di vostro figlio, passeggiare nel bosco, non lo faranno. Il PIL tiene conto del valore di un oggetto, ma non del costo ambientale che comporta la sua produzione, dell'inquinamento, delle emissioni di anidride carbonica o l'esaurimento dei minerali e degli ecosistemi.
"Tiene conto del napalm e del costo di una testata nucleare, delle auto blindate della polizia che combatte le rivolte nelle nostre strade", diceva Robert Kennedy nel 1968. "Non include la bellezza della nostra poesia o la forza dei nostri matrimoni; l'elevatezza del nostro dibattito pubblico o l'integrità dei nostri impiegati pubblici".
IL PIL non misura in realtà ciò che viene fatto. Avete pagato un'impresa di pulizie per pulire i vostri pavimenti? Congratulazioni, avete aumentato i numeri dell'anno in corso. Li avete sfregati da soli? Mi dispiace, non avete aumentato i numeri di quest'anno. Comprare le uova da una fattoria: una botta al PIL. Allevare galline nel vostro giardino: nulla. Quarant'anni fa, comprare un videoregistratore per vedere un film a casa sarebbe stato un contributo significativo. Oggi, acquistare un lettore DVD non aggiunge quasi nulla. Ma non dovrebbe la tecnologia più moderna fornire un ritratto migliore?
Un'eccessiva fiducia nel PIL non solo è fuorviante, è pericolosa. Focalizzarsi sulla crescita economica, rende i legislatori ciechi ad altre misure di progresso. "Se una politica colpirà il PIL allora sarà difficile che sopravviva" dice Jon Hall, che sta supervisionando la ricerca di nuove misure della crescita per conto dell'OECD.
Joseph Stiglitz, l'economista vincitore del premio Nobel, sostiene che un'attenzione mirata alla crescita abbia mascherato i segnali di allarme della crisi. Profitti temporanei nell'industria finanziaria, l'aumento del debito e la bolla immobiliare hanno tutti contribuito a una crescita fasulla nelle nostre misurazioni.
Nonostante le sue imperfezioni, il PIL si è dimostrato difficile da rimpiazzare - se non altro perché fornisce un unico valore con cui le nazioni possono misurarsi coi propri vicini e rivali. In una conferenza dell'OECD in Corea alla fine del mese (novembre 2009, ndr), i partecipanti proveranno a sviluppare un insieme di misure che tengano conto di definizioni più ampie di benessere. Qualcuno ha fatto il lavoro per loro. Mentre il piccolo regno himalayano del Bhutan misura la felicità interna lorda, nessuna economia ha ancora fatto lo stesso.
A partire dal 2004, la Cina ha provato a introdurre un "PIL verde", rivisto per riflettere il costo dell'inquinamento. Dopo aver calcolato il costo dei fiumi contaminati, dei cieli riempiti di fumi, degli ecosistemi distrutti e delle colline trasformate in miniere, la statistica di crescita era diminuita in modo così drammatico - in alcune province quasi fino a zero - che la proposta fu abbandonata in tutta fretta. Nel 2007, era fallita completamente.
L'esempio cinese mostra quanto sia difficile passare a misure maggiormente comprensive. Ma è anche un'altra lezione su quanto le statistiche attuali siano fuorvianti. I numeri che così tanto hanno scioccato, sono una misura nel lungo tempo della salute economica di un paese. Potrebbe volerci tempo prima che venga trovato un rimpiazzo per il PIL. Fino ad allora, avrà poco senso segnare il nostro progresso con qualcosa di così dichiaratamente sbagliato.

Stephan Faris, TIME, 2 novembre 2009


martedì 15 febbraio 2011

Anticipi di 2012. Altrove



Quel gran cazzaro di Giacobbo, ce le scartavetra da anni con la storia del 2012: ci ha scritto 2-3 libri (negli intervalli fra due saggi sui templari) e ci ha creato infinite puntate del suo programma Voyager, in cui in pratica non fa altro che parlare al condizionale, con espressioni che cominciano con "sembrerebbe", "si racconterebbe" et similia.
Nessuna certezza in quel programma, lo stesso grado scientifico che si può vedere in un programma di Maria De Filippi.
Eppure, in alcune puntate del suo programma, ha dato voce alle teorie di alcuni "studiosi del 2012", secondo le quali è probabile che nel dicembre di quell'anno non ci sarà la fine del mondo, ma l'inizio di un rivolgimento, che porterà il mondo verso una nuova ere di pace e prosperità, all'insegna dell'illuminazione.
Devo confessare, che alla luce degli eventi internazionali delle ultime settimane, non ho potuto impedire che tutto questo mi venisse in mente e mi sono posto la domanda: e se l'inizio dell'illuminazione avesse come inizio i moti della costa del Mediterraneo che stanno portando popoli oppressi a ribellarsi ai loro oppressori?
È un'idea malsana, ma devo dire che ha un suo fascino: abbiamo qui sul piatto un Egitto che scende in piazza e obbliga alla fuga il proprio dittatore (nonostante lo psiconano l'abbia definito una persona saggia. Dio li fa, poi li accoppia), una Tunisia che vive una primavera di libertà. E a ruota tutto il mondo arabo sta seguendo la stessa strada, passando per lo Yemen e arrivando fino all'Albania.
Se i libri di storia non l'avessero ancora dimostrato a sufficienza, non esistano dittature che tengano di fronte all'onda rivoluzionaria del popolo. E statisticamente parlando, tutte le più grandi rivoluzioni che abbiamo conosciuto non sono mai venute dai governi, ma dai popoli che li hanno rovesciati e hanno dato inizio al nuovo corso.
L'esplosione del Medio Oriente ha sorpreso molti, direi ciascuno di noi. Abbiamo vissuto per decenni nello stereotipo che i popoli arabi amassero vivere assoggettati a regimi fascisti e teocratici e ora ci troviamo a dover aggiornare le nostre vedute. Ci troviamo a dover scoprire che forse dietro l'angolo del Mediterraneo, c'è qualcuno che ha molto più coraggio delle proprie azioni, rispetto all'Occidente cosiddetto evoluto.
Il fenomeno ha sorpreso molto anche gli americani, che fino all'ultimo non sapevano con chi schierarsi e solo a cose fatte hanno preso posizione, perchè conveniva stare dalla parte dei vincitori. Questo dimostra che i pesi e le misure del governo USA sono molte e non sempre sono orientati a difendere le scelte di libertà delle nazioni, se non a guardare il tornaconto personale, sia il governo repubblicano o democratico.
Devo confessarvi che tutto questo mi ha dato una sensazione di aria fresca, profumata; i cambiamenti portano sempre alla novità e la novità sono quanto di più eccitante si possa avere nella vita, perchè qualcosa di inedito sta per cominciare. E cominciare è la cosa più straordinaria che esista, come diceva Pavese.
Poi però mi ricordo che anche l'Italia giace sul Mediterraneo e mi chiedo: quando scoppierà la nostra ribellione? Quando avremo il nostro '68 praghese?
Abbiamo uno che ha inculcato la dittatura ad un popolo senza sparare una cartuccia, con qualche pubblicità, qualche telegiornale asservito, un po' di culi che non dispiacciono mai e l'illusione del "anche tu puoi essere come me".
Ha coltivato e impersonato il peggio del nostro popolo, dall'arrivismo al gusto/perversione nell'imbrogliare l'altro, per il semplice piacere di sembrare migliore o per proprio tornaconto, semplicemente.
Ha violentato la giustizia (che nel processo, pare, non fosse consenziente), piegandola ai propri bisogni per nascondere il marcio sotto il suo letto; ha deriso gli onesti contribuenti venendo in contro agli evasori che depositavano i priori conti in nero all'estero.
Cosa serve di più? Gli scandali sessuali? La concussione?
Domenica c'erano un milione di donne in piazza, a ributtargli in faccia il fango gettato sul loro onore, sulla loro dignità. Dovranno essere le donne a guidare questo movimento popolare che necessita al nostro paese?
Così sia. Non sarebbe la prima volta che le donne italiane invadono la piazza, sembrerò di tornare ai primi anni dopo la guerra del '15-'18 (quando le mogli scesero nelle strade per rivendicare quanto era stato promesso ai loro mariti prima che partissero per la guerra), alle marce del '68 o alle manifestazioni pro-aborto.
Sono convinto che un milioncino di uomini si possano recuperare.
In Egitto due milioni di persone sono bastate a mandar via un dittatore armato; da noi ne basterebbero anche meno, per un dittatore in mutande.


venerdì 21 gennaio 2011

Leccaculo stipendiati



Primo post dell'anno e, per qualche incantesimo o qualche intoppo temporale, l'anno scorso di questi tempi, i giornali riportavano le stesse notizie che riportano in questi giorni.
Però col passare del tempo, i dettagli delle vicende si fanno più particolareggiati e allo stesso tempo anche più squallidi; allo stesso tempo, la conta delle mignotte che entrano nei palazzi del premier aumenta e la tristezza si fa padrona di noi stessi, leggendo di queste corti dei miracoli che si formano nelle abitazioni dello psiconano, composte da persone abiette che sfruttano la sua credulità (o anche il suo sentimento di solitudine) per farsi elargire migliaia di euro a botta e raccogliere a bocca aperta le briciole che cadono dal suo tavolo.
Sì, perché dimenticando per un attimo (se vi è possibile) l'uomo dalla discutibili amicizie mafiose e internazionali, il corruttore, il nemico primo della costituzione, è difficile non fermarsi un attimo a considerare il caso umano: un povero ottantenne, solo, che compra l'amicizia e il favore (anche sessuale) mettendo mano al proprio portafoglio o chiamando in causa il suo tesoriere di fiducia, con in mano il blocco d'assegni. Come definire quelli che accettano di essere comprati per accontentare il satrapo? Direi che si possa parlare tranquillamente di prostituzione, di uomini e donne indistintamente, perchè per prostituirsi non è necessario abbassarsi per forza le mutande.
Ma l'italiano medio dov'è di fronte a tutto questo? Si starà ponendo qualche domanda? Qualcuno ha detto in tv un po' di giorni fa: "Questa volta il premier difficilmente ne uscirà indenne, perchè non si tratta di argomenti di giustizia, ma di problematiche di cui le famiglie parlano a tavola". A parte sperare che non ci siano bambini qualora le famiglie decidano di affrontare l'argomento a tavola, ma siamo proprio sicuri che le famiglie italiane siano veramente colpite dagli accadimenti? L'impressione che ho io è che anche stavolta la cosa sbollirà nel giro di due settimane e il popolo tornerà al solito letargo da ipnosi, dovuta ai telegiornali asserviti e alle troppe ore di talent show.
Certo, se questo fosse davvero l'epilogo dello psiconano, non ci sarebbe da essere contenti per nessuno, nè per chi lo protegge, nè per chi lo osteggia; che soddisfazione ci sarebbe dopo tutto? Si è tentato per anni di convincere gli italiani a non votarlo, si sono smascherati tutti gli impicci alle spalle del popolo, e poi? Il regno del satrapo finisce per colpa di 20-30 mignotte?
Quanto tempo sprecato, potrebbero dire molti dei suoi nemici asperrimi….
Forse ha ragione Peter Gomez, quando dice che ognuno ha il 25 luglio che si merita, ma non si sa se la nazione meriti la liberazione che seguirà: nel 1945 siamo stati liberati dai partigiani, nel 2011 dalle mignotte. Capite che i tempi sono cambiati e che le proporzioni sono diverse.
Sul numero di oggi dell'Economist, lo psiconano è stato accostato a Cetto La Qualunque, il quale (come dice Antonio Albanese che lo interpreta), alla luce dei nuovi fatti, può dirsi ormai un moderato; gli altri giornali americani in genere, si stupiscono della mancata reazione popolare e trovano una sola spiegazione a questo: gli italiani sono tutti come il loro presidente.
Ovviamente non è vero, però non viene anche a voi il desiderio di sedervi un attimo e pensare: ma che cosa gira però nel cervello di quelli che vanno ad adulare?
Cosa pensano queste giovani, che danno via il proprio corpo, per avere successo, per entrare nel giro che conta, per avere la carta di credito sempre piena? Perchè vogliono giungere subito all'apice, non vogliono fare gavetta e non cercano un lavoro onesto, anche se sottopagato, come le loro coetanee? In un'intercettazione, una delle ragazze spera di ricevere dei soldi perchè non vuole trovarsi un lavoro; dice letteralmente: "non posso mica andare a guadagnare 1000 euro…".
Chissà cosa avranno pensato le donne che lavorano alla FIAT, costrette a firmare un contratto indegno, per riuscire a portare a casa anche meno di quei 1000 euro... Per non parlare dei laureati che migrano in cerca di fortuna, a cui forse dovrò unirmi fra qualche tempo.
D'altronde, ormai, il valore morale delle persone non è più un aspetto discriminante, non è più sensato aspettarsi un certo decoro dalle persone che rivestono ruoli pubblici. Dopo tutto, se anche un prete può essere pedofilo e passarla liscia, perchè chiedere a un politico di essere una persona per bene?


mercoledì 27 ottobre 2010

La repubblica del Viagra



Il 25 settembre scorso, Ed Miliband è diventato segretario del partito laburista inglese, all'età di soli 41 anni (ancora da compiere). E' succeduto al dimissionario Gordon Brown, sconfiggendo alle primarie il fratello David, più vecchio comunque di soli quattro anni.
Il fatto che il suo partito sia all'opposizione in Gran Bretagna, deriva dalla disaffezione dei cittadini in seguito alle politiche perpetuate durante gli ultimi governi laburisti di Blair e Brown.
Ora c'è da riconquistare l'appoggio dell'elettorato ed è veramente eccitante il fatto che il partito abbia scelto come suo proprio rappresentante un politico giovane, se non altro al confronto di altri con esperienza sicuramente più radicata nel tempo. Ma si può parlare di vero e proprio fattore di rischio nella scelta fatta dai laburisti?
In tutti gli ambiti della società, è assodato che per ciascun ruolo venga scelta la persona più adatta e certamente più capace; ne deriva quindi che Ed Miliband è considerato una persona capace se è stato scelto. Ma allora perchè ci stupiamo del ruolo che è stato chiamato a ricoprire?
La risposta non è poi così complicata: perchè viviamo in una società in cui l'essere giovane è sinonimo della mancanza di esperienza e la mancanza di esperienza è sinonimo di incapacità e inadeguatezza.
Al di là del fatto che logicamente è abbastanza facile smontare questo sillogismo (fino a ridurlo a un classico e semplice giochetto sofista), rimane la condizione per cui anche la cosa pubblica è amministrata da persone in buona parte oltre i 60 (o lì lì per raggiungerli), che hanno perso il legame con una società che si è evoluta e che la tecnologia fa evolvere a passi sempre più accelerati.
Prendiamo ad esempio gli individui che ogni giorno accedono alle nostre aule parlamentari: Berlusconi (74 anni), Fini (58), D'Alema (61), Bossi(69), Bersani (60), Schifani (61), Andreotti (91), Scalfaro (92), Napolitano (85), solo per citare i più prominenti e più influenti sulla scena pubblica.
Come possiamo aspettarci che questi individui abbiano la sensibilità di capire la necessità di diffondere la banda larga o la fibra, di tutelare la libertà dei blogger o di diffondere l'uso degli ebook delle scuole? Come possono, se in buona parte ignorano questi temi?
La parte che conta del nostro paese, il core del nostro futuro, è in mano a persone che sono ormai "fuori dai tempi tecnici"; un paese, dovrebbe essere amministrato da persone che sono aderenti alla realtà in ogni finestra temporale; i tentativi di leggi popolari (che hanno portato a proposte che dopo anni ancora aspettano di essere discusse) non avevano come intento solo quello di impedire che per molti la politica diventasse un mestiere e non più un servizio reso alla nazione, ma aveva anche come scopo secondario quello di svecchiare la classe politica.
L'immagine che di noi si dà all'estero, non è molto diversa e la stampa estera si è accorta del nostro sistema gerontocratico e ha cominciato a prestare attenzione al fenomeno dei ricercatori e semplici laureati che lasciano l'Italia in cerca di maggiori opportunità e riconoscimenti per i propri sforzi.
Così, giunge l'articolo del TIME che fornisce un ritratto da osservatori esterni, quasi un'opinione disinteressata, come quella che si chiede a qualcuno esterno a una querelle per avere una visione neutrale.
L'articolo inizia riportando le parole del rettore della LUISS di Roma, indirizzate al proprio figlio e scritte tramite quotidiani: "Questo paese, il nostro paese, non è più un posto dove si può rimanere con orgoglio… Ecco perchè, con estrema sofferenza, il mio consiglio è, dopo aver finito gli studi, quello di andare via. Scegli di andare dove ancora hanno un valore la lealtà, il rispetto e il riconoscimento dei meriti e dei risultati".
Il magazine americano definisce la nostra politica "fortemente ancorata agli interessi e in stato confusionale", incapace di effettuare riforme concrete, motivi per i quali molti si chiedono se la diaspora di giovani verso l'estero possa mai essere frenata e invertita.
I motivi per cui la gioventù italica (viene facile dire "la meglio gioventù") lasci le sponde del proprio paese, sono gli stessi per cui i suoi antenati la lasciavano a cavallo tra la fine del' 800 e metà '900; le uniche differenze sono che adesso non si viaggia su navi grermite, ma su aerei, e che non si vedono sbarcare contadini e indigenti nel porto di New York, ma alcuni dei cervelli più promettenti del paese.
Molti emigranti, hanno trovato riconoscimenti e lavori dignitosi all'estero, e alcuni intervistati dichiarano che se fossero rimasti in Italia non avrebbero potuto costruirsi una famiglia e mantenere dei figli, cose che invece sono riusciti a fare in suolo straniero; nel 1999, gli italiani con età compresa tra i 25 e i 39 anni che dichiaravano di vivere all'estero erano 2540, nel 2008 erano 4000. Secondo alcuni dati, dei laureati nel 2006 uno su 25 aveva trovato lavoro all'estero.
La crisi economica che è cresciuta negli anni, si è riversata tutta sulle spalle dei giovani: il 30% degli italiani dai 30 ai 34 anni vive ancora coi genitori, tre volte la quota registrata nel 1983. Un giovane su 5 tra i 15 e i 29 anni si è abbandonato alla rassegnazione: niente studio, niente corsi professionali, niente lavoro. Gli italiani non laureati spesso riescono a trovare dei lavori, magari in nero, ma per i laureati è difficile trovare qualcosa che si adatti al proprio titolo di studio, a meno che essi non vogliano rinunciare a questa possibilità e iniziare la ricerca come un normale cittadino non laureato.
Il nostro paese spende pochissimo in alloggi, disoccupazione, infanzia, ma mantiene alcune delle pensioni più alte d'Europa. Preferisce destinare soldi all'acquisto di nuovi aerei militari, a un ponte di cui nessuno percepisce l'esigenza nell'immediato, consente ai grossi evasori fiscali di cavarsela con poco, in barba agli onesti che danno all'erario il dovuto.
Ma soprattutto il nostro è un paese strano, che si scandalizza per settimane su una casa monegasca, che si diverte a scattare foto davanti al garage dov'è stata assassinata una ragazzina di 15 anni, ma non si smuove davanti allo stupro fatto all'istruzione pubblica, davanti ai cassaintegrati che si suicidano, davanti ai treni e agli aerei che partono, portando via il meglio di quello che ci resta.



martedì 21 settembre 2010

La verità, tutta la verità, nient'altro che la verità



Sono una giornalista. Nessuno spara al messaggero. Nessuno spara a un reporter
Queste parole sono state pronunciate da Veronica Guerin, giornalista irlandese, nel febbraio del 1995, pochi giorni prima di essere freddata a colpi di pistola, mentre era in attesa di un semaforo verde su una strada provinciale poco fuori la sua città, Dublino.
Veronica scriveva per il principale giornale nazionale, il Sunday Indipendent, dopo aver fatto la gavetta come tutti i suoi colleghi presso testate minori. Da qualche tempo, aveva iniziato ad interessarsi del traffico di droga a Dublino e del crescente fenomeno della tossicodipendenza giovanile.
Tramite un informatore nell'associazione malavitosa che gestiva il traffico di stupefacenti, nonché a suo rischio e pericolo, Veronica aveva individuato in John Gilligan il boss che teneva le redini del commercio ma non aveva prove per incastrarlo, vista anche la connivenza di molti agenti del fisco che impedivano di avere accesso ai dati sui beni di Gilligan, in virtù anche di una legislazione molto restrittiva in materia.
Con una sfacciataggine che dovrebbe essere propria dei giornalisti, Veronica si era presentata alla porta di Gilligan per chiedergli conto dei suoi sospetti, ma Gilligan l'aveva aggredita a pugni e calci, costringendola alla fuga. Pochi giorni prima della morte, la giornalista trovò il coraggio di sporgere denuncia, e sempre in quei giorni, fu gambizzata da due sicari inviati dal suo informatore, che voleva dissuaderla da intenti troppo provocatori nei confronti di Gillan, temendo egli stesso di essere scoperto come talpa e messo a tacere.
La morte di Veronica Guerin non ha solo lasciato un lungo strascico nella nazione, ma ha difatti aperto le porte a una legislazione più severa nei confronti dei narcotrafficanti, permettendo l'istituzione di un ufficio i cui poteri consentivano finalmente di mettere mano ai beni dei sospetti criminali.
Dopo poco tempo dalla sua morte, il tasso di criminalità in Irlanda è diminuito del 15%.
Nel vedere la ricostruzione cinematografica con Cate Blanchett (che vi consiglio, se non altro per la bravura dell'attrice), non ho potuto evitare di riflettere sulla condizione del nostro paese: voglio dire, ci sono numerosi giornalisti in Italia che denunciano la collusione tra politica e mafia, che scrivono apertamente dello psiconano e delle sue magagne senza nessuna paura ogni giorno, che raccontano di leggi ad personam e via dicendo.
Ma come mai non sentiamo di minacce?Come mai non sentiamo di giornalisti gambizzati? Certo, Saviano vive sotto scorta, ma in tutta sincerità non riesco a trovare un altro esempio.
A scanso di equivoci, voglio precisare che io non chiedo affatto che si attacchino i giornalisti o chi per loro, ci mancherebbe altro; solamente mi stupisco che le parti lese delle inchieste e delle denunce di quei 2-3 giornali (forse uno) ancora rimasti non asserviti non si risentano e non diano adito ad azioni di alcun tipo.
Dopo aver riflettuto su questo, mi sono reso conto che non serve più; sì, perchè ormai il ruolo del giornalista e la sua credibilità sono stati profondamente ridimensionati e il nostro orecchio, ormai, si è abituato a dare alle notizie un peso relativo, quasi come se le ascoltassimo di sfuggita, passando da una camera all'altra. Siamo più propensi a credere alle parole di un leader politico che si avvicina ai nostri ideali, che abbiamo scelto come riferimento, piuttosto che fermarci criticamente a pensare a ciò che dice di quel leader un giornalista, senza nemmeno pensare se quest'ultimo dica cose sensate o meno, basate su fonti attendibili o campate in aria.
Tra l'altro, i leader hanno un impatto mediatico più ampio, potendo contare sul mezzo televisivo, mentre il giornalista di solito ricama inchiostro su pagine di carta; nei casi in cui compare in televisione, è o asservito alla lettura del telegiornale o limitato dal programma cui prende parte. Sono rari i casi di giornalisti televisivi indipendenti o più vispi sulle poltrone su cui poggiano.
Comunque, c'è da dire che da noi la credibilità giornalistica è stata ridimensionata da parte dei giornalisti stessi, che passano il loro tempo a leccare i dorati deretani dei politici che li finanziano o li pubblicano, riducendo a stracci la libertà di stampa italiana e retrocedendo il nostro paese a posti pochi invidiabili nelle classifiche mondiali sull'indipendenza giornalistica.
C'è da dire, inoltre, che il popolo ormai è in balia di armi di distrazione di massa, reality e gossip che distraggono l'elettore e il cittadino dall'attenzione che dovrebbero alla cosa pubblica e a ciò che li circonda, tant'è che non saprei dire quanti di noi siano effettivamente liberi nella cabina elettorale.
A tutto questo possiamo aggiungere il disinteresse giovanile, la rassegnazione negli occhi del Meridione, la strumentalizzazione con cui il Nord usa la politica tramite la Lega.
Verrà forse il giorno del risveglio, ma per ora l'unica Veronica Guerin possibile è quella che vive in ognuno di noi: l'informazione è libera se il cittadino è libero di cercarla. E di trovarla.

Fonte: Santi, Beati e Testimoni