giovedì 8 ottobre 2009

Paradisi perduti



So bene che oggi si dovrebbe parlare dello psiconano e della batosta che si è beccato ieri, ma sto raccogliendo materiale per 1-2 post fatti per bene, quindi l'argomento è rimandato di qualche giorno. Comunque, gira e volta lo psiconano c'entra sempre: qualche post fa avevamo parlato del famoso scudo fiscale e avevamo detto che si provava a far rientrare capitali dai paradisi fiscali, sebbene con ammende irrisorie. Si capisce, quindi, che questi paradisi sopravvivono in pratica speculando sull'illegalità e sarebbe un bene per tutti se chiudessero in solo colpo dal primo all'ultimo. Qualcosa forse si sta muovendo in tal senso, specie nei paradisi piccoli demograficamente; l'esempio che portiamo, è quello delle isole Cayman. Ricostruiamo quindi l'accaduto con l'aiuto dell'articolo comparso qualche giorno sull'edizione internazionale dell'Herald Tribune.

Negli ultimi tempi, il governo delle isole si è dato alle spese pazze (pazze almeno per uno Stato così piccolo): ha infatti prestato, sebbene con la prospettiva di un interesse, somme di denaro al di fuori dei propri confini, per un totale di 60 milioni di dollari. La Gran Bretagna, che continua ad avere un controllo su queste isole, vista l'incuria economica del luogo, ha minacciato di non concedere il resto di 284 milioni di dollari di cui le isole dicono di aver bisogno, a meno che non si tassino i guadagni degli uomini d'affari e dei 57000 residenti. Questo rappresenterà certo una forte inversione di tendenza per una nazione che da sempre si è arricchita chiedendo una tassazione nulla a banche e compagnie che hanno scelto le isole come loro base strategica.

Le Cayman quindi potrebbero non poter più contare su metà delle entrate derivante dalla madrepatria e devono ancora riprendersi dall'effetto della crisi globale, che ha trasformato un possibile introito in un deficit di 100 milioni di dollari. Una brutta gatta da pelare per il capo del governo locale, W. McKeeva Bush, che si ritrova stretto fra le richieste dei residenti e delle banche, e quelle inglesi in termini di sussidi economici.

Nonostante quello che si potrebbe pensare, sebbene le Cayman facciano parte di una lista di giurisdizioni libere da tasse riconosciute dall'OEC, intrattengono rapporti di informazione fiscale con almeno 12 Stati esteri, senza in alcun modo preoccuparsi di modificare il proprio sistema di organizzazione. Lo stesso Bush, ricorda di essere cresciuto su queste isole quando ancora non c'era elettricità nelle case e si andava a scuola attraversando nuvole di zanzare; ha visto crescere il suo luogo di nascita vertiginosamente, basando la propria ideologia di vita sulla tutela dei possedimenti degli stranieri ed è per questo che egli stesso è restio a cambiare le cose e il modo in cui queste funzionano. E agli inglesi che cercano di riportarlo a più nobili convinzioni, rinfaccia il fatto che la Gran Bretagna stessa abbia un debito nazionale vicino all'80% del prodotto interno lordo.

I danarosi sfruttatori delle isole, hanno convocato un'assemblea dichiarando la loro contrarietà a possibili tassazioni, fin quando non si tagli il (a loro avviso) costoso servizio sociale; il governo dovrà però tenere in conto che il debito negli ultimi anni sia aumentato del 600%, a causa anche di costosi progetti educativi intrapresi, tanto che un'impresa costruttrice ha smesso di lavorare a una nuova scuola, finché non riprenderanno i pagamenti interrotti. Anche i dipendenti pubblici sono attanagliati dal pericolo di vedere i loro stipendi alleggeriti.

Tutto questo rende le Cayman molto più simili alle nostre nazioni, luoghi certo molto meno paradisiaci.

Nessun commento: