
Il fatto che un essere umano sia composto per il 70% di acqua e che una medusa lo sia per il 90%, dà una misura adeguata di quanto l'acqua sia indispensabile alla vita sul nostro pianeta; una consapevolezza di questo tipo dovrebbe spingere a una maggiore tutela e un più appropriato controllo delle risorse idriche, nonché a un'appropriata informazione riguardo allo stato dell'acqua sul nostro pianeta. Nonostante questo, negli ultimi 40 anni l'acqua è diminuita del 40%, nell'inconsapevolezza globale; nel 2020, tre miliardi di persone si ritroveranno a soffrire la sete. Le cause principali di questa riduzione sono essenzialmente due: l'accrescimento demografico e il crescente inquinamento delle risorse disponibili.
Le soluzioni adottare si basano su un principio sbagliato: aumentare l'offerta invece di diminuire la domanda; in giro per il mondo sono cominciate a sorgere dighe, il cui impatto ambientale è stato spesso mal calcolato e devastante, senza contare l'alto costo umano per la loro gestione. Per quanto riguardo i centri di desalinizzazione, risultano ancora più costosi delle dighe, controindicate dal punto di vista energetico ed ambientale.
Diceva Mark Twain: "Il whiskey è per bere, l'acqua per combattere"; questa frase potrebbe diventare profetica, se si analizzano le previsioni di molti esperti, che vedono l'acqua come la ragione scatenante delle guerre del prossimo secolo. Ma come si è arrivato a tutto questo? C'è qualche modo per porre rimedio a una condizione che impedisce a un terzo della popolazione mondiale di avere accesso a risorse idriche potabili?
L'acqua inquinata
La Cina possiede sul proprio territorio il 40% delle risorse idriche mondiali, eppure la quantità d'acqua potabile a disposizione degli abitanti è scarsamente presente, sia per il consumo quotidiano sia per l'agricoltura. La rincorsa forsennata verso lo sviluppo economico, ha fatto dimenticare ai cinesi le più elementari norme di rispetto ambientale, portando un terzo dei fiumi ad essere inquinati e il 50% delle acque cittadine a non essere potabili. Di questa situazione si sono fortemente avvantaggiate le aziende di acque in bottiglia, specialmente europee (Danone,Nestlè), le quali hanno sfruttato e alimentato le paure derivanti dall'uso delle acque pubbliche.
Facciamo un salto di qualche migliaio di chilometri e spostiamoci in una zona calda del Medio Oriente: come mai coloni israeliani e palestinesi, pur vivendo negli stessi territori, hanno diverse possibilità di accesso alle risorse idriche? Il consumo medio palestinese (Cisgiordania, Gaza) è di 150 cc al giorno per abitante, mentre gli israeliani possono sperare in 700-800 cc quotidiani. A dimostrazione di questo (e di come l'acqua sarà fonte di rischi bellici in un futuro più o meno lontano), l'acqua in territorio palestinese è gestita dal ministero della difesa, in quello israeliano da quello dell'agricoltura.
Questi dati dimostrano che nei Paesi in cui l'acqua sarebbe ampiamente disponibile (come Brasile e Cina), questa venga ripartita fra gli abitanti in modo non egualitario; la possibilità di accesso di un individuo all'acqua dipende dalle caratteristiche giuridiche, politiche, economiche e sociali della società in cui è inserito, oltre alla posizione ricoperta in essa.
Idropolitica
I tempi che corrono, ci mostrano anche una tendenza che è destinata a diventare la norma nei decenni a venire, ovvero sfruttare il bisogno o le disponibilità di acqua come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Per essere più esemplificativi, consideriamo il caso specifico turco: dopo l'attuazione del progetto GAP (consistente nella realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche) la Turchia si pone due obiettivi: ribadire la propria supremazia nell'area a dispetto di Siria e Iraq (anch'essi impegnati nella realizzazione di imponenti opere idrauliche) e controllare militarmente (con la scusa di di proteggere i cantieri) la zona dell'Anatolia sudorientale, dove si annidano i Curdi.
Tariffe stellari
I conflitti per l'acqua cominciano all'interno dei singoli stati, coinvolgendo (gli uni contro gli altri) i grossi agricoltori che praticano un'agricolture intensiva, i piccoli proprietari terrieri, le grosse industrie, gli operatori turistici; questa lotta intestina danneggia e taglia fuori le comunità rurali, che hanno un approccio diverso verso le risorse idriche, e le periferie delle megalopoli, dove le infrastrutture igienico-sanitarie sono più scarse. Questi conflitti non derivano da problemi ambientali o di scarsezza idrica, bensì sono conseguenze delle politiche adottate dai governi; questo rivela ancora più drammaticamente come sia necessaria, in modo assoluto, un interessamento concreto dei politici in ambito ambientale.
Tempo fa in Bolivia, è stato dichiarato lo stato di assedio, per porre rimedio alla grossa mobilitazione popolare in opposizione al progetto del governo di privatizzare la gestione dell'acqua, affidandola a compagnie estere prevalentemente europee e americane; questa decisione aveva portato ad un aumento del 20% sugli importi delle bollette.
Se pensate che queste cose possano succedere soltanto in Paesi arretrati come la Bolivia, vi invito a fare un giretto per la provincia di Agrigento, dove ormai la privatizzazione dell'acqua è presente da abbastanza tempo da poterne cogliere gli effetti. Le bollette sono aumentate in modo esponenziale, ma non in favore di servizi migliori; gli agrigentini, infatti, ricevono l'acqua solo un giorno ogni quindici, di un colorito tendente alla diarrea diluita, non utilizzabile nè per berla nè per l'igiene personale. Forse neanche per le ortensie va bene. Dai balconi degli appartamenti e dai tetti dei palazzi, si affacciano serbatoi e casse per raccogliere l'acqua in quei pochi giorni all'anno in cui raggiunge le abitazioni, una situazione che fa la fortuna dei produttori d'acqua, proprio come accade in Cina.
Non pensate che uno di questi giorni gli agrigentini si sentiranno legittimati a scender in piazza per fare quello che i cittadini boliviani hanno fatto? Quante sassaiole e rivolte vogliamo vedere per difendere l'indifendibile, cioè la privatizzazione dell'acqua? Possiamo accettare la privatizzazione di un bene primario per la vita, col rischio che un giorno qualcuno possa decidere dei nostri bisogni, semplicemente aprendo o chiudendo un rubinetto?
Pagare per un televisore è normale, perchè i televisori non nascono sugli alberi, qualcuno deve produrli. Ma ha senso pagare per qualcosa che cade dal cielo come l'acqua? Qualcosa che automaticamente ci viene donata dalla natura, che ci cade addosso se scegliamo nel giorno sbagliato di uscire senza ombrello? In alcuni Paesi del nord Europa, l'acqua è gratis fino a un certo consumo, dopo di che si paga una tariffa al metro cubo progressivamente più alta, in relazione al grado di spreco che stiamo perpetrando. Le tariffe tra l'altro sono personalizzabili, in relazione al reddito degli utenti o al tipo di uso che se ne fa (ad esempio un uso agricolo).
In alcune regioni dell'Africa, dove l'acqua è stata privatizzata, è stato proibito raccogliere acqua piovana, perchè ogni goccia del prezioso liquido dev'essere gestita e venduta a prezzi proibitivi dalle aziende che gestiscono gli acquedotti. Il futuro non lo conosciamo: siamo sicuri che tutto questo non possa avvenire anche da noi dopo la privatizzazione? Chi può assicurarcelo?
La banca mondiale e il nostro "ottimo" governo
Nonostante quanto detto e nonostante le precarie condizioni idriche in cui versano molte comunità delle aree arretrate, la Banca Mondiale ha deciso di sostenere la privatizzazione dell'acqua, pur sapendo degli incrementi tariffari che si sono verificati ovunque, preoccupando i paesi del terzo mondo, che in futuro potrebbero vedere buona parte delle proprie popolazioni non poter usufruire delle risorse idriche, causa tariffe non sostenibili.
Gli effetti della privatizzazione in giro per il mondo sono più che evidenti: tariffe raddoppiate o triplicate, profitti dei gestori che aumentano fino al 700%, corruzione evidente, qualità dell'acqua peggiorata, incoraggiamento allo spreco per aumentare i profitti, chiusura dei rubinetti a chi non può pagare. In queste condizioni, nel terzo mondo, chi non è ricco è destinato alla morte.
L'approccio italiano al problema non è certo stato illuminante: non si è rivolto in direzione opposta a quella che così profondamente ha messo in discussione l'approccio alle risorse idriche, ma ha invece favorito la privatizzazione dell'acqua ignorando o non informandosi riguardo alle conseguenze dell'azione legislativa intrapresa.
Sono bastati un solo articolo e soli due giorni di discussioni al senato per una legge che intima agli organismi locali di allinearsi alle direttive europee, affidando i servizi locali ai privati, acqua compresa. Il governo che si oppone alla legge europea che vuole togliere i crocifissi dalla aule, dimentica il proprio coraggio quando si tratta di problemi meno religiosi ma non meno etici, come il diritto all'acqua.
Secondo le parole del ministro Fitto (ormai ex, visto che proprio mentre scrivo apprendo delle sue dimissioni in seguito alla sconfitta in Puglia del suo delfino), i comuni che gestiscono autonomamente (anche in modo efficiente) le proprie risorse idriche, devono rimettere tutto ad un appalto pubblico, cui devono partecipare al pari dei privati se vogliono conservare la gestione delle risorse. E' la prima volta che sento del pubblico che partecipa ad un appalto col privato per gestire il pubblico…
Ma perchè l'Europa ci obbliga a questa privatizzazione? Leggiamo qualche risoluzione:
Essendo l'acqua un bene comune dell'umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle regole del mercato interno. ("Strategia per il mercato interno, priorità 2003-2006", risoluzione dell'11 marzo 2004)
L'acqua è un bene comune dell'umanità e pertanto l'accesso ad essa costituisce un diritto fondamentale della persona umana. (Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto forum mondiale dell'acqua, risoluzione del 15 marzo 2006)
Da queste parole non sembrerebbe affatto che l'Europa ci obblighi alla privatizzazione, anzi scoraggia qualsiasi forma di privatizzazione. Ma il nostro governo, in controtendenza con resto d'Europa, decide di proseguire sulla propria strada.
La via verso la privatizzazione è cominciata nel 1994, con la legge Galli, che divideva il territorio nazionale in Ambiti Territoriali Ottimizzati (ATO), all'interno dei quali era possibile affidare a privati o a consorzi partecipati pubblicamente alcuni servizi territoriali; le prima regioni ad usufruire della nuova legge furono Toscana ed Emilia Romagna, solitamente schierate a sinistra, ma in quel momento evidentemente dimentiche delle loro basi ideologiche. Dopo 15 anni, lo scorso 4 novembre, arriva la nuova legge del governo dello psiconano, cui punti chiave sono i seguenti:
- Affidamento dei servizi ai privati tramite gare d'appalto
- Possibilità di affidamento al pubblico solo in caso di condizioni economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che impediscano l'affidamento ai privati (e comunque in seguito ad approvazione dell'AGCM)
- Riconoscimento della proprietà pubblica delle infrastrutture anche all'interno della privatizzazione
La legge approvata in novembre, prevede che tutti i contratti pubblici vengano sciolti entro la fine del 2011, esponendo difatti ogni comunità alla condizione precaria vista in provincia di Agrigento. Il sospetto che tutto sia stato concepito per il godimento di pochi (privati) nasca da sé e a tal proposito è interessante la questione per-elettorale pugliese. Il partito dell'UDC minaccia di non allearsi con la sinistra in caso di candidatura di Vendola (contro la privatizzazione) e preferisce infine il PDL, poichè il candidato presidente (il delfino di Fitto) sarebbe pronto alle concessioni ai privati, per la gestione dell'acquedotto più grande d'Europa. A voler mettere le mani sull'acquedotto, l'imprenditore Caltagirone, non casualmente suocero di Casini.
Il puzzo della legge ad personas è forte e neanche l'acqua può più lavare la sporcizia della politica. Ancora una volta la soluzione dei problemi è nelle mani dei cittadini informati.
Fonti: Agorà Vox, Disinfomazione.it

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