mercoledì 27 ottobre 2010

La repubblica del Viagra



Il 25 settembre scorso, Ed Miliband è diventato segretario del partito laburista inglese, all'età di soli 41 anni (ancora da compiere). E' succeduto al dimissionario Gordon Brown, sconfiggendo alle primarie il fratello David, più vecchio comunque di soli quattro anni.
Il fatto che il suo partito sia all'opposizione in Gran Bretagna, deriva dalla disaffezione dei cittadini in seguito alle politiche perpetuate durante gli ultimi governi laburisti di Blair e Brown.
Ora c'è da riconquistare l'appoggio dell'elettorato ed è veramente eccitante il fatto che il partito abbia scelto come suo proprio rappresentante un politico giovane, se non altro al confronto di altri con esperienza sicuramente più radicata nel tempo. Ma si può parlare di vero e proprio fattore di rischio nella scelta fatta dai laburisti?
In tutti gli ambiti della società, è assodato che per ciascun ruolo venga scelta la persona più adatta e certamente più capace; ne deriva quindi che Ed Miliband è considerato una persona capace se è stato scelto. Ma allora perchè ci stupiamo del ruolo che è stato chiamato a ricoprire?
La risposta non è poi così complicata: perchè viviamo in una società in cui l'essere giovane è sinonimo della mancanza di esperienza e la mancanza di esperienza è sinonimo di incapacità e inadeguatezza.
Al di là del fatto che logicamente è abbastanza facile smontare questo sillogismo (fino a ridurlo a un classico e semplice giochetto sofista), rimane la condizione per cui anche la cosa pubblica è amministrata da persone in buona parte oltre i 60 (o lì lì per raggiungerli), che hanno perso il legame con una società che si è evoluta e che la tecnologia fa evolvere a passi sempre più accelerati.
Prendiamo ad esempio gli individui che ogni giorno accedono alle nostre aule parlamentari: Berlusconi (74 anni), Fini (58), D'Alema (61), Bossi(69), Bersani (60), Schifani (61), Andreotti (91), Scalfaro (92), Napolitano (85), solo per citare i più prominenti e più influenti sulla scena pubblica.
Come possiamo aspettarci che questi individui abbiano la sensibilità di capire la necessità di diffondere la banda larga o la fibra, di tutelare la libertà dei blogger o di diffondere l'uso degli ebook delle scuole? Come possono, se in buona parte ignorano questi temi?
La parte che conta del nostro paese, il core del nostro futuro, è in mano a persone che sono ormai "fuori dai tempi tecnici"; un paese, dovrebbe essere amministrato da persone che sono aderenti alla realtà in ogni finestra temporale; i tentativi di leggi popolari (che hanno portato a proposte che dopo anni ancora aspettano di essere discusse) non avevano come intento solo quello di impedire che per molti la politica diventasse un mestiere e non più un servizio reso alla nazione, ma aveva anche come scopo secondario quello di svecchiare la classe politica.
L'immagine che di noi si dà all'estero, non è molto diversa e la stampa estera si è accorta del nostro sistema gerontocratico e ha cominciato a prestare attenzione al fenomeno dei ricercatori e semplici laureati che lasciano l'Italia in cerca di maggiori opportunità e riconoscimenti per i propri sforzi.
Così, giunge l'articolo del TIME che fornisce un ritratto da osservatori esterni, quasi un'opinione disinteressata, come quella che si chiede a qualcuno esterno a una querelle per avere una visione neutrale.
L'articolo inizia riportando le parole del rettore della LUISS di Roma, indirizzate al proprio figlio e scritte tramite quotidiani: "Questo paese, il nostro paese, non è più un posto dove si può rimanere con orgoglio… Ecco perchè, con estrema sofferenza, il mio consiglio è, dopo aver finito gli studi, quello di andare via. Scegli di andare dove ancora hanno un valore la lealtà, il rispetto e il riconoscimento dei meriti e dei risultati".
Il magazine americano definisce la nostra politica "fortemente ancorata agli interessi e in stato confusionale", incapace di effettuare riforme concrete, motivi per i quali molti si chiedono se la diaspora di giovani verso l'estero possa mai essere frenata e invertita.
I motivi per cui la gioventù italica (viene facile dire "la meglio gioventù") lasci le sponde del proprio paese, sono gli stessi per cui i suoi antenati la lasciavano a cavallo tra la fine del' 800 e metà '900; le uniche differenze sono che adesso non si viaggia su navi grermite, ma su aerei, e che non si vedono sbarcare contadini e indigenti nel porto di New York, ma alcuni dei cervelli più promettenti del paese.
Molti emigranti, hanno trovato riconoscimenti e lavori dignitosi all'estero, e alcuni intervistati dichiarano che se fossero rimasti in Italia non avrebbero potuto costruirsi una famiglia e mantenere dei figli, cose che invece sono riusciti a fare in suolo straniero; nel 1999, gli italiani con età compresa tra i 25 e i 39 anni che dichiaravano di vivere all'estero erano 2540, nel 2008 erano 4000. Secondo alcuni dati, dei laureati nel 2006 uno su 25 aveva trovato lavoro all'estero.
La crisi economica che è cresciuta negli anni, si è riversata tutta sulle spalle dei giovani: il 30% degli italiani dai 30 ai 34 anni vive ancora coi genitori, tre volte la quota registrata nel 1983. Un giovane su 5 tra i 15 e i 29 anni si è abbandonato alla rassegnazione: niente studio, niente corsi professionali, niente lavoro. Gli italiani non laureati spesso riescono a trovare dei lavori, magari in nero, ma per i laureati è difficile trovare qualcosa che si adatti al proprio titolo di studio, a meno che essi non vogliano rinunciare a questa possibilità e iniziare la ricerca come un normale cittadino non laureato.
Il nostro paese spende pochissimo in alloggi, disoccupazione, infanzia, ma mantiene alcune delle pensioni più alte d'Europa. Preferisce destinare soldi all'acquisto di nuovi aerei militari, a un ponte di cui nessuno percepisce l'esigenza nell'immediato, consente ai grossi evasori fiscali di cavarsela con poco, in barba agli onesti che danno all'erario il dovuto.
Ma soprattutto il nostro è un paese strano, che si scandalizza per settimane su una casa monegasca, che si diverte a scattare foto davanti al garage dov'è stata assassinata una ragazzina di 15 anni, ma non si smuove davanti allo stupro fatto all'istruzione pubblica, davanti ai cassaintegrati che si suicidano, davanti ai treni e agli aerei che partono, portando via il meglio di quello che ci resta.



martedì 21 settembre 2010

La verità, tutta la verità, nient'altro che la verità



Sono una giornalista. Nessuno spara al messaggero. Nessuno spara a un reporter
Queste parole sono state pronunciate da Veronica Guerin, giornalista irlandese, nel febbraio del 1995, pochi giorni prima di essere freddata a colpi di pistola, mentre era in attesa di un semaforo verde su una strada provinciale poco fuori la sua città, Dublino.
Veronica scriveva per il principale giornale nazionale, il Sunday Indipendent, dopo aver fatto la gavetta come tutti i suoi colleghi presso testate minori. Da qualche tempo, aveva iniziato ad interessarsi del traffico di droga a Dublino e del crescente fenomeno della tossicodipendenza giovanile.
Tramite un informatore nell'associazione malavitosa che gestiva il traffico di stupefacenti, nonché a suo rischio e pericolo, Veronica aveva individuato in John Gilligan il boss che teneva le redini del commercio ma non aveva prove per incastrarlo, vista anche la connivenza di molti agenti del fisco che impedivano di avere accesso ai dati sui beni di Gilligan, in virtù anche di una legislazione molto restrittiva in materia.
Con una sfacciataggine che dovrebbe essere propria dei giornalisti, Veronica si era presentata alla porta di Gilligan per chiedergli conto dei suoi sospetti, ma Gilligan l'aveva aggredita a pugni e calci, costringendola alla fuga. Pochi giorni prima della morte, la giornalista trovò il coraggio di sporgere denuncia, e sempre in quei giorni, fu gambizzata da due sicari inviati dal suo informatore, che voleva dissuaderla da intenti troppo provocatori nei confronti di Gillan, temendo egli stesso di essere scoperto come talpa e messo a tacere.
La morte di Veronica Guerin non ha solo lasciato un lungo strascico nella nazione, ma ha difatti aperto le porte a una legislazione più severa nei confronti dei narcotrafficanti, permettendo l'istituzione di un ufficio i cui poteri consentivano finalmente di mettere mano ai beni dei sospetti criminali.
Dopo poco tempo dalla sua morte, il tasso di criminalità in Irlanda è diminuito del 15%.
Nel vedere la ricostruzione cinematografica con Cate Blanchett (che vi consiglio, se non altro per la bravura dell'attrice), non ho potuto evitare di riflettere sulla condizione del nostro paese: voglio dire, ci sono numerosi giornalisti in Italia che denunciano la collusione tra politica e mafia, che scrivono apertamente dello psiconano e delle sue magagne senza nessuna paura ogni giorno, che raccontano di leggi ad personam e via dicendo.
Ma come mai non sentiamo di minacce?Come mai non sentiamo di giornalisti gambizzati? Certo, Saviano vive sotto scorta, ma in tutta sincerità non riesco a trovare un altro esempio.
A scanso di equivoci, voglio precisare che io non chiedo affatto che si attacchino i giornalisti o chi per loro, ci mancherebbe altro; solamente mi stupisco che le parti lese delle inchieste e delle denunce di quei 2-3 giornali (forse uno) ancora rimasti non asserviti non si risentano e non diano adito ad azioni di alcun tipo.
Dopo aver riflettuto su questo, mi sono reso conto che non serve più; sì, perchè ormai il ruolo del giornalista e la sua credibilità sono stati profondamente ridimensionati e il nostro orecchio, ormai, si è abituato a dare alle notizie un peso relativo, quasi come se le ascoltassimo di sfuggita, passando da una camera all'altra. Siamo più propensi a credere alle parole di un leader politico che si avvicina ai nostri ideali, che abbiamo scelto come riferimento, piuttosto che fermarci criticamente a pensare a ciò che dice di quel leader un giornalista, senza nemmeno pensare se quest'ultimo dica cose sensate o meno, basate su fonti attendibili o campate in aria.
Tra l'altro, i leader hanno un impatto mediatico più ampio, potendo contare sul mezzo televisivo, mentre il giornalista di solito ricama inchiostro su pagine di carta; nei casi in cui compare in televisione, è o asservito alla lettura del telegiornale o limitato dal programma cui prende parte. Sono rari i casi di giornalisti televisivi indipendenti o più vispi sulle poltrone su cui poggiano.
Comunque, c'è da dire che da noi la credibilità giornalistica è stata ridimensionata da parte dei giornalisti stessi, che passano il loro tempo a leccare i dorati deretani dei politici che li finanziano o li pubblicano, riducendo a stracci la libertà di stampa italiana e retrocedendo il nostro paese a posti pochi invidiabili nelle classifiche mondiali sull'indipendenza giornalistica.
C'è da dire, inoltre, che il popolo ormai è in balia di armi di distrazione di massa, reality e gossip che distraggono l'elettore e il cittadino dall'attenzione che dovrebbero alla cosa pubblica e a ciò che li circonda, tant'è che non saprei dire quanti di noi siano effettivamente liberi nella cabina elettorale.
A tutto questo possiamo aggiungere il disinteresse giovanile, la rassegnazione negli occhi del Meridione, la strumentalizzazione con cui il Nord usa la politica tramite la Lega.
Verrà forse il giorno del risveglio, ma per ora l'unica Veronica Guerin possibile è quella che vive in ognuno di noi: l'informazione è libera se il cittadino è libero di cercarla. E di trovarla.

Fonte: Santi, Beati e Testimoni


giovedì 9 settembre 2010

L'ombra dei fazzoletti verdi




Tradate è un piccolo comune del varesino, noto per qualche personalità giornalistica o sportiva arrivata agli onori della fama e per essere stata per anni sede di uno degli sparuti festival metal italiani.
Eppure, negli scorsi due giorni, è riuscita anche a guadagnarsi l'attenzione di qualche giornale, in particolare quelle testate a cui sembra ovvio riportare una notizia in quanto tale e che raramente ragionano sul fatto di applicare censure o interpretazioni (volutamente) fuorvianti (si potrebbe parlare di giornalismo politicizzato? sembra che dire la stessa cosa della magistratura sia abbastanza di moda, negli ultimi tempi…).
Ciò di cui andremo a parlare è probabilmente già noto ad alcuni di voi ed è l'ennesima testimonianza di una certa deriva culturale che sta prendendo peso nel nostro paese; c'è da temere, purtroppo, che non sarà l'ultima di cui si dovrà dar notizia.
Il comune di Tradate ha ben pensato di fornire un bonus bebè per ogni figlio che verrà al mondo nei confini comunali; precisiamo subito che un'elargizione una tantum di 500€ difficilmente aiuterà i genitori nella crescita dei bambino nei 18 anni seguenti alla sua nascita, anzi è probabile che vadano in fumo nei primi 3 mesi di vita, tra pannolini ed omogeneizzati. Ma non è questo il punto.
Il comune non elargisce i contributi a tutti, ma solo ai bambini nati da genitori entrambi italiani, facendo difatti una differenza razziale tra bambini di classe A e B.
Inutile dire che, considerando anche l'area geografica dove ci troviamo, la giunta comunale sia leghista: probabilmente l'attento lettore lo ha già immaginato da sè o almeno l'ha sospettato.
E sono sicuro che molti avranno anche aggiunto: non c'è da stupirsi. Ed è esatto, se facciamo mente locale alle azioni "tolleranti" dei portatori insani di fazzoletti verdi, negli ultimi anni: fu Borghezio a proporre di spruzzare il disinfettante sulle nigeriane, Gentilini annunciò la rivoluzione anti-islamica contro coloro che "vogliono aprire moschee e centri islamici", il presidente della provincia di Trento cercò di introdurre test psichiatrici e sanitari sugli stranieri, il Trota (figlio di Bossi, ndr) si divertì lungamente su Facebook al gioco "Rimbalza il clandestino" (in cui si dimostra di essere un vero leghista respingendo i barconi clandestini), Calderoli portò a spasso il maiale su un terreno per una moschea, rendendolo di fatto impuro per l'edificazione.
Eppure, la brochure che annuncia il progetto del comune, sembra partire bene, citando alcune frasi di Doret’s Law Nolte, tra cui una in particolare, che non certo fa risaltare la coerenza della giunta: "Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente".
Tra l'altro, la copertina qualche indizio dovrebbe darlo, riportando le foto di due bambini biondi, tipici della razza ariana e padana.
Diciamolo, come per altre boutade legiste, è molto probabile che tribunali regionali o istituzioni blocchino iniziative come queste, poichè palesemente incostituzionali, violando l'articolo 3 della costituzione; ma oggi vogliamo fare ciò che in realtà non andrebbe mai fatto, ovvero il processo alle intenzioni, perchè al di là del fatto in se stesso, ciò che preoccupa sono essenzialmente le intenzioni che esistono dietro certi atti.
Lo spirito xenofobo che anima i portatori dei fazzoletti verdi, trae linfa e giovamento dai sentimenti più biechi che l'uomo possa mostrare, dall'odio per il proprio simile alla negazione del diverso; sfruttando questi abominevoli sentimenti, il partito leghista ha progressivamente conquistato un appoggio insperato e inatteso dagli osservatori esterni, che hanno sempre dipinto il partito di Bossi come un fenomeno territoriale e facilmente. La Lega a questo punto gode di una posizione forse mai così privilegiata e, conscia della sua situazione attuale, fa pressione sul governo di cui fa parte per ottenere ciò che spera e spinge anche per le elezioni anticipate dopo il distacco Fini-psiconano, poichè sa che rimanendo l'unica alleata del PDL ed aumentata la propria presenza percentuale, può ottenere ciò a cui anela. Primo di tutto il federalismo di cui si parla da anni, che rappresenta in realtà un vantaggio solo per il nord a conti fatti e che serve al partito del Carroccio per nascondere le intenzioni secessioniste che sono state solo virtualmente messe da parte; il federalismo serve inoltre per inasprire la legislazione xenofoba già perpetuata da alcuni sindaci e governatori legisti, in quali in qualunque sede non fanno altro che lanciare la caccia al clandestino e allo straniero, ma non propongono uno straccio di politica di integrazione, per quelli che vivono onestamente senza delinquere e partecipano al benessere del Paese. Lo scopo del partito è di guadagnar consenso confondendo insieme lotta agli immigrati che delinquono (che ovviamente non può che essere condivisa) con lotta allo straniero in quanto tale, condendo il tutto con una pseudo-minaccia alle tradizioni italiane.
Non ci vuole molto a screditare la tesi della minaccia alla cultura italiana, se si considera che quello che siamo culturalmente (e comprendo in questo anche la radice cristiana spesso sbandierata e spesso rinnegata quando fa meno comodo), non deriva dalla conservazione della nostra connotazione durata per secoli, ma anche il minimo particolare del nostro modo di fare, pensare, parlare e credere deriva da contaminazioni e la cultura cattolica deriva propriamente dalla contaminazione dello status quo precedente al suo avvento. Questo vale ancor di più se si considera che la nostra nazione esiste così unita (salve qualche pezzo andato o tornato più di recente) da soli 150 anni e che è venuta fuori dall'unione di popoli che non si erano prima mai guardati in faccia e vivevano con tradizioni in parte diverse fra loro. In qualsiasi punto del mondo, la contaminazione seguita dalla pacifica integrazione ha solo portato alla crescita delle popolazioni contaminate.
Si consideri, inoltre la pericolosità di certi atteggiamenti xenofobi, in un'era in cui ormai le barriere si sono abbattute e la globalizzazione porterà persone di origini anche lontane a convivere nel nostro Paese. Un ostracismo indiscriminato nonché ingiustificato, potrebbe un giorno incendiare le periferie delle nostre città come accaduto qualche anno fa nelle banlieu parigine.
La crescita demografica in Italia è tra le più basse al mondo, il momento finanziario non permette alle famiglie di avere più di 2-3 figli e le politiche delle donne in gravidanza sono pressoché assenti; l'unica speranza perchè un minimo di crescita possa essere assicurata bisogna per forza fare affidamento sull'apporto degli stranieri; l'effetto benefico della loro presenza si nota nelle classi sempre più miste (che il ministro Gelmini vorrebbe sempre più italianizzate) o nella parlata romanaccia delle ragazze di colore sugli autobus all'uscita dalla scuola. Le scuole calcio sono piene di ragazzini cinesi, nigeriani, marocchini e di qui a qualche anno le nuove leve renderanno la nazionale azzurra molto più globalizzata, sul modello di quella francese e inglese.
La politica preferisce ignorare tutto questo e ama molto più dividersi sul crocifisso, senza pensare che più che togliere la Croce dal muro delle aule, sarebbe molto più democratico e utile per l'educazione alla tolleranza degli studenti affiancare la Croce ai simboli delle altre religioni.
L'unico straniero utile per molti speculatori, è quello che si screpola al sole nelle piantagioni del sud Italia, nei periodi delle raccolte. Ma altrove, lontano da quelle piantagioni, c'è una massa di stranieri che ogni mattina si alza per svolgere onestamente il proprio lavoro, ma che si vedessero minacciati potrebbero alzarsi e uscire di casa a rivendicare i propri diritti. E non siamo sicuri che lo faranno a mani nude.



martedì 27 luglio 2010

Odore di dittatura



Il 29 luglio non sarà un giorno come tutti gli altri; sarà il giorno in cui qualcuno tenterà di imbavagliare la libertà di voi che leggete e di chi, come me, scrive. La legge bavaglio che già di per sè erode la libertà dei cittadini di essere informati attraverso la stampa convenzionale, metterà le mani anche sui blogger che, nel rispetto dei diritti dell'uomo e della nostra costituzione che lo permettono, esprimono liberamente la propria opinione, spesso fornendo una delle ultime forme di informazione non schierata in circolazione nei tempi che corrono.
Come sapete, ciascun post come quello che state leggendo, permette a qualsiasi utente (anche non registrato) di esprimere la propria opinione riguardo a ciò che ha appena letto, consentendo anche a chi si sente offeso dai contenuti (o comunque interessato in prima persona) di fornire la propria versione degli stessi e un'eventuale rettifica in tempo reale. Il mondo dei blog non ha bisogno di un'apposita legge che imponga la rettifica entro 48 ore e la nuova direttiva (parte della legge bavaglio), unita alle minacce di multe fino ai 12 mila euro, appare un modo abbastanza evidente per reprimere la capacità di espressione dei blogger, molti dei quali cederanno la propria libertà in cambio della sicurezza di non incorrere in problemi.
Non viene abbastanza sottolineato che, a differenza delle testate giornalistiche spesso spalleggiate da imprenditori e industrie, un normale blogger è spesso uno studente o un normale lavoratore, che non può affrontare le spese legali in caso di contenzioso, nè può permettersi la visibilità mediatica per difendersi davanti all'opinione pubblica.
Riflettete quindi. Il 29 luglio non sarà un giorno come tutti gli altri.



martedì 13 luglio 2010

Le mille facce della verità



Vi ricordate cos'è la libertà? Mi rendo conto che negli due decenni, i poteri forti e la stampa asservita abbiano leggermente cambiato il suo significato, quindi non mi stupirei se non ci ricordassimo più cosa sia. Siamo stati abituati al fatto che la verità abbia una faccia sola, ma in realtà la verità ha mille facce, una per ogni individuo che può raccontarla. Per formare anche noi la nostra propria verità su un qualsiasi argomento, abbiamo assoluta necessità di ascoltare tutte quelle che esistono allo stesso riguardo, altrimenti il nostro pensiero e il nostro modo di vedere le cose saranno solo parziali e non potremo dire di essere completamente liberi. Ascoltare tutte le versioni della stessa verità è un modo più elegante di recitare il vecchio detto "bisogna sentire tutte le campane".
Privare, quindi, i cittadini, della possibilità di conoscere le opinioni di più persone riguardo a uno stesso argomento, pilotando opportunamente i mezzi di stampa perchè sembri che esista una sola verità, è quindi una violazione dei diritti dei cittadini medesimi.
Citare L'Aquila come un miracolo della ricostruzione e impedire agli abruzzesi che protestano di apparire in tv, è dare alla verità una sola faccia; parlare durante un telegiornale del servizio pubblico di ricette a base di insetti e tacere sui docenti universitari che, per protesta, tengono gli esami tra i vialetti dell'università o nelle aule buie alle tre di notte, è dare alla verità una sola faccia; tramare, per far allontanare i giornalisti scomodi, è dare alla verità una sola faccia.
Considerate il caso dell'alta velocità in Val Di Susa, quante volte i tg compiacenti vi hanno ritratto la questione come di un popolo della valle che si oppone a un'opera assolutamente necessaria? Quante volte vi è stato detto che l'alta velocità non può evitarsi e che il tratto da realizzare nella valle ha uno scopo strategico enorme? Quante volte gli abitanti del luogo vi sono stati raccontati come una masse di cafoni che si oppone al progresso? Che fine hanno fatto le altre 999 facce della nostra verità? Qualcuno ha mai sentito in tv l'opinione, nei salotti politici, di esperti (degni quanto quelli che hanno progettato la TAV, che criticavano la necessita, coi propri dati altrettanto scientifici, l'utilità di un'opera nella valle, parlando magari dei riscontri paesaggistici e delle perdite di amianto che possono eventualmente riempire l'aria durante gli scavi?
Una di queste voci che non avete sentito è Luca Mercalli, che molti di voi conosceranno come meteorologo de "Che tempo che fa", il programma invernale di Fabio Fazio su Raitre; oltre alla meteorologia, si interessa di tematiche ambientali, e a parte il piccolissimo spazio che gli viene concesso il sabato sera, non sentirete la sua voce nei salotti che contano. Vi lascio con la sua verità riguardo l'alta velocità in Val Di Susa, affinché ne rimangano ancora solo 998 all'appello, da cercare:

"Il dibattito sulla Tav Torino-Lione sembra una contrapposizione tra un disegno ambizioso di sviluppo e una resistenza locale di un partito del No. Ma la questione è diversa. E’ naturale che il Piemonte preferisca avere un’infrastruttura moderna che non averla. E’ comprensibile che gli abitanti della Valle di Susa si oppongano ad un investimento che ritengono li danneggi, nonostante le compensazioni promesse , e che a loro non serve. Ma bisogna che qualcuno faccia un conto sul pro e contro di una decisione di spesa che riguarda il Paese intero.
La linea, per la parte di competenza italiana, costerebbe tra i 15 e i 20 miliardi di euro, come tre ponti di Messina. I contributi europei coprirebbero meno del 30% della sola tratta internazionale [la galleria di base], il resto lo pagherebbe lo Stato italiano, quello che lamenta carenza di risorse e fatica a mantenere la sostenibilità della finanza pubblica.
La domanda è allora: quale sarà il beneficio dell’opera? Gli studi disponibili mostrano che la ricaduta della TavTorino-Lione sul sistema economico italiano ed in particolare piemontese sarebbe assai limitata. La Torino-Lione consentirebbe una riduzione dei tempi di spostamento di persone e merci circa un’ora verso la Francia, ma si tratta di una quota intorno all’1% dei movimenti che si effettuano in Piemonte e meno dello 0,1% a scala nazionale. Non siamo nella situazione di centocinquanta anni fa, quando fu costruito il traforo ferroviario del Frejus. La realizzazione di quel traforo significò ridurre i tempi di spostamento da un paio di giorni, a dorso di mulo, a poche ore.
L’attuale livello di utilizzo sia dell’autostrada sia della linea ferroviaria che collegano l’Italia con la Francia è molto al di sotto della capacità che servirà per i traffici per i prossimi decenni [il Fréjus ha funzionato bene anche con livelli di traffico doppi rispetto a quelli attuali nel periodo di chiusura del traforo del Monte Bianco].
Uno spostamento di domanda dalla strada alla ferrovia, a detta degli stessi sostenitori dell’opera, potrebbe avvenire solo con l’imposizione di divieti o di prelievi fiscali aggiuntivi sul trasporto su gomma, ossia incrementando il costo del trasporto e rendendo più difficoltose le esportazioni per le nostre imprese.
Anche i benefici ambientali dell’opera sarebbero del tutto trascurabili. Considerando gli elevatissimi consumi energetici nella costruzione dell’infrastruttura, le emissioni complessive di CO2 saranno forse più elevate con la Torino-Lione che senza.
Nel complesso, non solo «il debito aggregato degli Stati italiano e francese aumenterà di 16 miliardi , ma la gestione dell’opera andrà ad accrescere il loro deficit per i successivi quarant’anni» conclude un’analisi costi-benefici dell’opera che è stata effettuata sulla base dei pochi dati a disposizione. Se ci sono analisi che forniscono risultati diversi, che vengano pubblicate.
Il Corridoio Cinque non è molto di più che un tratto di pennarello su una carta geografica e non corrisponde ad un’infrastruttura unica, con caratteristiche omogenee. Contrariamente a quanto spesso affermato, la Commissione Europea non richiede affatto che l’attraversamento delle Alpi lungo il Corridoio sia effettuato con una Linea ad Alta Velocità/Capacità. Lungo quell’asse non risultano essere in costruzione altre linee AV/AC al di fuori della tratta Torino-Lione, mentre è realizzata la Torino-Milano ed è in progettazione avanzata la Milano-Venezia. Sia ad est che ad ovest dell’Italia le merci continueranno a viaggiare su reti ordinarie, come del resto da Lione verso Parigi, perché le linee AV francesi sono state costruite per far passare solo treni passeggeri.
Questi argomenti, nonostante il lavoro dell’Osservatorio tecnico governativo appositamente costituito, attendono ancora di essere dibattuti, con sereno equilibrio"



lunedì 14 giugno 2010

La guerra sconosciuta



Accendendo la tv, sembrerebbe che gli unici posti al mondo dove c'è la guerra siano l'Iraq e l'Afghanistan. Nessuno parla mai dei conflitti che si svolgono nelle aree più recondite del pianeta, perchè suscitano poco interesse o perchè li si vuole tener nascosti, com'è accaduto col Darfur, prima che qualcuno ne facesse pubblicità a livello globale.
Io stesso nulla sapevo della guerra civile cingalese, fino al giorno in cui, camminando per Via dei Fori Imperiali, non ho incontrato una manifestazione di cittadini cingalesi, i quali protestavano contro il sussidio che veniva dato da alcune nazioni europee ai ribelli Tamil.
Uno di loro mi ha fermato e mi ma messo in mano un volantino; è stato dopo averlo letto che ho incominciato a interessarmi del conflitto che da più di 20 anni attanaglia l'isola dello Sri Lanka.

L'origine del conflitto sull'isola avrebbe una natura quanto mai "mitologica". Tutto avrebbe avuto origine da una disputa storiografica: lo Sri Lanka ("terra splendente" in sanscrito) è abitata da due popoli. Il primo dei due è rappresentato dalla maggioranza dominante cingalese, di religione buddista e origine indoeuropea, che ritiene di essere l'unica popolazione indigena dell'isola. Secondo questa versione, la minoranza tamil (di religione invece induista) sarebbe migrata nella parte settentrionale dell'isola nel corso dei secoli, dal sud dell'India.
Dal canto loro, anche i tamil ritengono di essere autoctoni dell'isola, fin dai tempi in cui questa era collegata all'India dal così detto "ponte di Adamo", ora sommerso dalle acque, e richiamano l'antico regno di Jaffna (effettivamente esistito tra l'XI e il XVI secolo) come prova della loro tesi. Qualcuno sostiene, addirittura, che i tamil siano la stirpe umana più antica del mondo, poichè discendente dal mitico regno dei Lemuria.

Ovviamente, questa guerra civile (come ciascun'altra) si giustifica con motivi molto più futili delle rivendicazioni storiche e mitologiche: come accade spesso, anche in questo caso, siamo di fronte ai detriti lasciati dalla dominazione coloniale. Gli Inglesi, che a lungo hanno sfruttato le risorse dell'isola, applicarono al meglio le tattiche giuliane del divide et impera, accentuando le divisioni interne fra la popolazione, in modo che le varie frange non si unissero sull'impeto di una volontà di ribellione. In particolare, gli Inglesi decisero di sfavorire il più possibile la maggioranza cingalese, fornendo i migliori posti di lavoro, l'accesso alle università e una cultura di matrice occidentale ai soli tamil. Anche i lavori nei campi (specie quelli legati alla coltivazione del tè) furono affidati esclusivamente ai tamil, alcuni dei quali furono fatti arrivare appositamente dall'india; questi ultimi, in seguito, si integrarono coi cingalesi, a differenza dei tamil già presenti sull'isola.
Quando nel 1948, l'isola riuscì a conquistare la propria indipendenza, i cingalesi programmarono la propria rivincita, cominciando progressivamente una politica di estromissione nei confronti della loro controparte, causando un forte risentimento nei tamil, destinato a crescere col passare del tempo. Già negli anni '70 nascevano numerosi gruppi e partiti a difesa dell'identità tamil; molti dei loro adepti, in seguito all'eccidio voluto dal governo di Colombo nel '77, si diedero alla macchia per organizzare la lotta armata, che ha ufficialmente inizio nel 1983, in seguito ai pogrom del luglio ("nero") di quell'anno.
A guidare la lotta c'era l'LTTE (movimento delle Tigri per la liberazione della patria tamil) fondato da Prabhakaran. In risposta all'inizio della guerra armata, il governo centrale inviò nella parte settentrionale dell'isola numerosi contingenti per scatenare una guerra totale, che da quel momento non ha più avuto fine. Si è cercato più volte di giungere a dei negoziati, ma alla fine questi sono sempre stati infranti.
Nel corso del tempo, l'LTTE ha preso pieno controllo delle province orientali e settentrionali, instaurandovi in governo autonomo, con tanto di propri governo, moneta, ospedali, esercito, marina e aviazione, addestrando inoltre una serie di feroci kamikaze, le così dette Tigri Nere.
Nel 2002 si era giunti all'ennesima tregua, questa volta dall'aspetto duraturo; purtroppo, neanche il disastro dello tsunami nel 2004, che si sperava potesse unire la popolazione, è servito a farla durare. Nel 2005, infatti, il governo centrale ha deciso di riaprire le ostilità, scatenando un fiume di sangue, alimentato anche dai continui attacchi kamikaze delle Tigri Nere. Tra il 2006 e il 2007, l'esercito centrale è riuscito a riappropriarsi di numerosi territori e nel 2009 è riuscito ad impadronirsi anche della capitale dei ribelli tamil, sede principale dell'LTTE. I guerriglieri tamil sono stati costretti a rifugiarsi nella giungla, in un'area di 300 kmq, dove sono continuamente bombardati dall'esercito cingalese. Dall'inizio delle ostilità ad oggi, la lotta intestina dello Sri Lanka si è lasciata dietro le vite di quasi 72000 persone.

Come accade sempre, in ogni conflitto esiste una classe di individui che patisce in modo particolare: anziani, malati e soprattutto bambini, che vengono feriti nella loro innocenza a privati immaturamente della propria infanzia. Il racconto che segue parla di uno di essi.

Così come il suo Paese, Sinnathambi Jeevatharsini è una bellezza ferita. Solo nove anni, lunghi capelli neri legati in due trecce su entrambi i lati della testa, e un sorriso che esplode attraverso il suo viso, come se qualcuno avesse acceso una luce improvvisa. E' intelligente, ama soprattutto gli studi sociali, specialmente le diverse culture dei posti lontani. Accucciata su un tappetino in un campo per rifugiati sulla costa orientale dello Sri Lanka, intenta a sfogliare le pagine di un libro di scuola, tenendo la matita in mano, sembra come qualsiasi altra bambina. Ma poi non si può non notarlo: Jeevatharsin non ha il braccio sinistro. Attraverso il foro nel suo vestito, lì dove il suo braccio dovrebbe incontrarsi con la spalla, si vede soltanto un moncherino, la pelle appena corrugata lì dove il chirurgo l'ha allungata per riattaccarla con l'osso.
Jeevatharsin ha perso il suo braccio cinque mesi fa a causa di un colpo di artiglieria, ci dice suo padre Loganathan Sinnathambi, che coltivava riso fin quando la sua famiglia non è stata costretta a fuggire dai combattimenti tra i soldati governativi e i ribelli nella loro città, Trincomalee, lo scorso luglio. Si sono diretti a sud, ma ogni volta che trovavano riparo da un parente o in un campo di rifugiati (rifugiati interni, come vengono chiamati nel loro Paese), i combattimenti riprendevano ed erano costretti a fuggire di nuovo. Lo scorso novembre, la famiglia si era accampata in una tenda nella città di Kathiraveli, quando durante un bombardamento un colpo di artiglieria è caduto nelle vicinanze. Un frammento si è insinuato attraverso le maglie della tenda uccidendo il fratello di Jeevatharsin, di soli 7 anni, un altro ha creato un foto grosso quanto un pugno nella schiena dell'altro fratello di 4 anni, un altro ancora è entrato nel suo braccio. Sinnathambi ha portato la sua famiglia ancora più a sud, verso il distretto di Batticaloa, dove li ho incontrati, in un campo improvvisato, all'inizio di marzo, ancora ancora sotto shock per l'accaduto. "Era piena di vita una volta", ci dice il padre, indicando la figlia con la testa. "Ora è spaventata e piange e viene da me di continuo. Non fa altro che piangere"



martedì 30 marzo 2010

Acqua azzurra, acqua cara



Il fatto che un essere umano sia composto per il 70% di acqua e che una medusa lo sia per il 90%, dà una misura adeguata di quanto l'acqua sia indispensabile alla vita sul nostro pianeta; una consapevolezza di questo tipo dovrebbe spingere a una maggiore tutela e un più appropriato controllo delle risorse idriche, nonché a un'appropriata informazione riguardo allo stato dell'acqua sul nostro pianeta. Nonostante questo, negli ultimi 40 anni l'acqua è diminuita del 40%, nell'inconsapevolezza globale; nel 2020, tre miliardi di persone si ritroveranno a soffrire la sete. Le cause principali di questa riduzione sono essenzialmente due: l'accrescimento demografico e il crescente inquinamento delle risorse disponibili.
Le soluzioni adottare si basano su un principio sbagliato: aumentare l'offerta invece di diminuire la domanda; in giro per il mondo sono cominciate a sorgere dighe, il cui impatto ambientale è stato spesso mal calcolato e devastante, senza contare l'alto costo umano per la loro gestione. Per quanto riguardo i centri di desalinizzazione, risultano ancora più costosi delle dighe, controindicate dal punto di vista energetico ed ambientale.
Diceva Mark Twain: "Il whiskey è per bere, l'acqua per combattere"; questa frase potrebbe diventare profetica, se si analizzano le previsioni di molti esperti, che vedono l'acqua come la ragione scatenante delle guerre del prossimo secolo. Ma come si è arrivato a tutto questo? C'è qualche modo per porre rimedio a una condizione che impedisce a un terzo della popolazione mondiale di avere accesso a risorse idriche potabili?

L'acqua inquinata
La Cina possiede sul proprio territorio il 40% delle risorse idriche mondiali, eppure la quantità d'acqua potabile a disposizione degli abitanti è scarsamente presente, sia per il consumo quotidiano sia per l'agricoltura. La rincorsa forsennata verso lo sviluppo economico, ha fatto dimenticare ai cinesi le più elementari norme di rispetto ambientale, portando un terzo dei fiumi ad essere inquinati e il 50% delle acque cittadine a non essere potabili. Di questa situazione si sono fortemente avvantaggiate le aziende di acque in bottiglia, specialmente europee (Danone,Nestlè), le quali hanno sfruttato e alimentato le paure derivanti dall'uso delle acque pubbliche.
Facciamo un salto di qualche migliaio di chilometri e spostiamoci in una zona calda del Medio Oriente: come mai coloni israeliani e palestinesi, pur vivendo negli stessi territori, hanno diverse possibilità di accesso alle risorse idriche? Il consumo medio palestinese (Cisgiordania, Gaza) è di 150 cc al giorno per abitante, mentre gli israeliani possono sperare in 700-800 cc quotidiani. A dimostrazione di questo (e di come l'acqua sarà fonte di rischi bellici in un futuro più o meno lontano), l'acqua in territorio palestinese è gestita dal ministero della difesa, in quello israeliano da quello dell'agricoltura.
Questi dati dimostrano che nei Paesi in cui l'acqua sarebbe ampiamente disponibile (come Brasile e Cina), questa venga ripartita fra gli abitanti in modo non egualitario; la possibilità di accesso di un individuo all'acqua dipende dalle caratteristiche giuridiche, politiche, economiche e sociali della società in cui è inserito, oltre alla posizione ricoperta in essa.

Idropolitica
I tempi che corrono, ci mostrano anche una tendenza che è destinata a diventare la norma nei decenni a venire, ovvero sfruttare il bisogno o le disponibilità di acqua come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Per essere più esemplificativi, consideriamo il caso specifico turco: dopo l'attuazione del progetto GAP (consistente nella realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche) la Turchia si pone due obiettivi: ribadire la propria supremazia nell'area a dispetto di Siria e Iraq (anch'essi impegnati nella realizzazione di imponenti opere idrauliche) e controllare militarmente (con la scusa di di proteggere i cantieri) la zona dell'Anatolia sudorientale, dove si annidano i Curdi.


Tariffe stellari
I conflitti per l'acqua cominciano all'interno dei singoli stati, coinvolgendo (gli uni contro gli altri) i grossi agricoltori che praticano un'agricolture intensiva, i piccoli proprietari terrieri, le grosse industrie, gli operatori turistici; questa lotta intestina danneggia e taglia fuori le comunità rurali, che hanno un approccio diverso verso le risorse idriche, e le periferie delle megalopoli, dove le infrastrutture igienico-sanitarie sono più scarse. Questi conflitti non derivano da problemi ambientali o di scarsezza idrica, bensì sono conseguenze delle politiche adottate dai governi; questo rivela ancora più drammaticamente come sia necessaria, in modo assoluto, un interessamento concreto dei politici in ambito ambientale.
Tempo fa in Bolivia, è stato dichiarato lo stato di assedio, per porre rimedio alla grossa mobilitazione popolare in opposizione al progetto del governo di privatizzare la gestione dell'acqua, affidandola a compagnie estere prevalentemente europee e americane; questa decisione aveva portato ad un aumento del 20% sugli importi delle bollette.
Se pensate che queste cose possano succedere soltanto in Paesi arretrati come la Bolivia, vi invito a fare un giretto per la provincia di Agrigento, dove ormai la privatizzazione dell'acqua è presente da abbastanza tempo da poterne cogliere gli effetti. Le bollette sono aumentate in modo esponenziale, ma non in favore di servizi migliori; gli agrigentini, infatti, ricevono l'acqua solo un giorno ogni quindici, di un colorito tendente alla diarrea diluita, non utilizzabile nè per berla nè per l'igiene personale. Forse neanche per le ortensie va bene. Dai balconi degli appartamenti e dai tetti dei palazzi, si affacciano serbatoi e casse per raccogliere l'acqua in quei pochi giorni all'anno in cui raggiunge le abitazioni, una situazione che fa la fortuna dei produttori d'acqua, proprio come accade in Cina.
Non pensate che uno di questi giorni gli agrigentini si sentiranno legittimati a scender in piazza per fare quello che i cittadini boliviani hanno fatto? Quante sassaiole e rivolte vogliamo vedere per difendere l'indifendibile, cioè la privatizzazione dell'acqua? Possiamo accettare la privatizzazione di un bene primario per la vita, col rischio che un giorno qualcuno possa decidere dei nostri bisogni, semplicemente aprendo o chiudendo un rubinetto?
Pagare per un televisore è normale, perchè i televisori non nascono sugli alberi, qualcuno deve produrli. Ma ha senso pagare per qualcosa che cade dal cielo come l'acqua? Qualcosa che automaticamente ci viene donata dalla natura, che ci cade addosso se scegliamo nel giorno sbagliato di uscire senza ombrello? In alcuni Paesi del nord Europa, l'acqua è gratis fino a un certo consumo, dopo di che si paga una tariffa al metro cubo progressivamente più alta, in relazione al grado di spreco che stiamo perpetrando. Le tariffe tra l'altro sono personalizzabili, in relazione al reddito degli utenti o al tipo di uso che se ne fa (ad esempio un uso agricolo).
In alcune regioni dell'Africa, dove l'acqua è stata privatizzata, è stato proibito raccogliere acqua piovana, perchè ogni goccia del prezioso liquido dev'essere gestita e venduta a prezzi proibitivi dalle aziende che gestiscono gli acquedotti. Il futuro non lo conosciamo: siamo sicuri che tutto questo non possa avvenire anche da noi dopo la privatizzazione? Chi può assicurarcelo?

La banca mondiale e il nostro "ottimo" governo
Nonostante quanto detto e nonostante le precarie condizioni idriche in cui versano molte comunità delle aree arretrate, la Banca Mondiale ha deciso di sostenere la privatizzazione dell'acqua, pur sapendo degli incrementi tariffari che si sono verificati ovunque, preoccupando i paesi del terzo mondo, che in futuro potrebbero vedere buona parte delle proprie popolazioni non poter usufruire delle risorse idriche, causa tariffe non sostenibili.
Gli effetti della privatizzazione in giro per il mondo sono più che evidenti: tariffe raddoppiate o triplicate, profitti dei gestori che aumentano fino al 700%, corruzione evidente, qualità dell'acqua peggiorata, incoraggiamento allo spreco per aumentare i profitti, chiusura dei rubinetti a chi non può pagare. In queste condizioni, nel terzo mondo, chi non è ricco è destinato alla morte.

L'approccio italiano al problema non è certo stato illuminante: non si è rivolto in direzione opposta a quella che così profondamente ha messo in discussione l'approccio alle risorse idriche, ma ha invece favorito la privatizzazione dell'acqua ignorando o non informandosi riguardo alle conseguenze dell'azione legislativa intrapresa.
Sono bastati un solo articolo e soli due giorni di discussioni al senato per una legge che intima agli organismi locali di allinearsi alle direttive europee, affidando i servizi locali ai privati, acqua compresa. Il governo che si oppone alla legge europea che vuole togliere i crocifissi dalla aule, dimentica il proprio coraggio quando si tratta di problemi meno religiosi ma non meno etici, come il diritto all'acqua.
Secondo le parole del ministro Fitto (ormai ex, visto che proprio mentre scrivo apprendo delle sue dimissioni in seguito alla sconfitta in Puglia del suo delfino), i comuni che gestiscono autonomamente (anche in modo efficiente) le proprie risorse idriche, devono rimettere tutto ad un appalto pubblico, cui devono partecipare al pari dei privati se vogliono conservare la gestione delle risorse. E' la prima volta che sento del pubblico che partecipa ad un appalto col privato per gestire il pubblico…

Ma perchè l'Europa ci obbliga a questa privatizzazione? Leggiamo qualche risoluzione:

Essendo l'acqua un bene comune dell'umanità, la gestione delle risorse idriche non deve essere assoggettata alle regole del mercato interno. ("Strategia per il mercato interno, priorità 2003-2006", risoluzione dell'11 marzo 2004)

L'acqua è un bene comune dell'umanità e pertanto l'accesso ad essa costituisce un diritto fondamentale della persona umana. (Risoluzione del Parlamento europeo sul quarto forum mondiale dell'acqua, risoluzione del 15 marzo 2006)

Da queste parole non sembrerebbe affatto che l'Europa ci obblighi alla privatizzazione, anzi scoraggia qualsiasi forma di privatizzazione. Ma il nostro governo, in controtendenza con resto d'Europa, decide di proseguire sulla propria strada.
La via verso la privatizzazione è cominciata nel 1994, con la legge Galli, che divideva il territorio nazionale in Ambiti Territoriali Ottimizzati (ATO), all'interno dei quali era possibile affidare a privati o a consorzi partecipati pubblicamente alcuni servizi territoriali; le prima regioni ad usufruire della nuova legge furono Toscana ed Emilia Romagna, solitamente schierate a sinistra, ma in quel momento evidentemente dimentiche delle loro basi ideologiche. Dopo 15 anni, lo scorso 4 novembre, arriva la nuova legge del governo dello psiconano, cui punti chiave sono i seguenti:




  • Affidamento dei servizi ai privati tramite gare d'appalto

  • Possibilità di affidamento al pubblico solo in caso di condizioni economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche che impediscano l'affidamento ai privati (e comunque in seguito ad approvazione dell'AGCM)

  • Riconoscimento della proprietà pubblica delle infrastrutture anche all'interno della privatizzazione



La legge approvata in novembre, prevede che tutti i contratti pubblici vengano sciolti entro la fine del 2011, esponendo difatti ogni comunità alla condizione precaria vista in provincia di Agrigento. Il sospetto che tutto sia stato concepito per il godimento di pochi (privati) nasca da sé e a tal proposito è interessante la questione per-elettorale pugliese. Il partito dell'UDC minaccia di non allearsi con la sinistra in caso di candidatura di Vendola (contro la privatizzazione) e preferisce infine il PDL, poichè il candidato presidente (il delfino di Fitto) sarebbe pronto alle concessioni ai privati, per la gestione dell'acquedotto più grande d'Europa. A voler mettere le mani sull'acquedotto, l'imprenditore Caltagirone, non casualmente suocero di Casini.
Il puzzo della legge ad personas è forte e neanche l'acqua può più lavare la sporcizia della politica. Ancora una volta la soluzione dei problemi è nelle mani dei cittadini informati.

Fonti: Agorà Vox, Disinfomazione.it





lunedì 15 marzo 2010

51 gesti per salvare il pianeta (parte V)



(Segue dal post precedente)

41. Raggruppare i passeggeri
Circa l'80% delle persone va a lavoro guidando da solo e circa il 36% guida da solo in genere. In molti posti tutto questo sta cambiando: la città di Washington, come parte del piano Clean Air Act, sta incentivando gli impiegati a guidare di meno o a guidare non da soli. Incentivi (in termini di aiuti fiscali) sono pronti per le imprese che spingeranno i propri dipendenti a raggrupparsi in auto, prendere l'autobus, andare a lavoro in bici o a piedi, lavorare meno giorni a settimana. Dal lancio del programma nel 1991, ogni mattina si hanno in circolo 20000 veicoli in meno.

42. Pagare per i propri peccati ambientali
Sono sempre di più gli americani che pagano volontariamente agenzia no-profit e non (anche sul web) per poter in qualche modo compensare le emissioni che derivano dai loro consumi. I soldi elargiti volontariamente servono per progetti di energie alternative e riforestazione. Si è creato così un discreto flusso di denaro, che non ha mancato di suscitare numerose critiche: moti dicono infatti che non si ha sicurezza che i soldi donati vadano realmente a finanziare i progetti a cui sono stati destinati e che molto spesso si chiedono finanziamenti privati dai cittadini per promuovere fenomeni che comunque avverrebbero da soli. Tra l'altro, questa metodologia di mondare la coscienza ambientalista che è in noi, ci distrae dai veri problemi ambientali che i nostri Paesi devono affrontare, soprattutto in termini di politiche di gestione dell'ormai evidente problema del surriscaldamento globale. Anche le agenzie che ricevono i soldi ci tengono a precisare che le opere che esse realizzano non potranno comunque in alcun modo sostituire le politiche nazionali. Qualche informazione in più potete leggerla in un mio vecchio post.

43. Trasferirsi a Londra
Visto il peso sui consumi energetici che hanno le abitazioni private annualmente, la città di Londra ha pensato di progettare e finanziare un nuovo quartiere di 233 abitazioni all'avanguardia nella gestione energetica. Tutte le abitazioni dipenderanno da un impianto che trasforma i residui del legno in elettricità e acqua calda, con un extra energetico derivante da sole e vento. Club auto e bici permetteranno di ridurre le emissioni dovute agli spostamenti. Il costo iniziale sarà del 5% superiore rispetto ai normali investimenti, ma ovviamente verrò ripagato nel tempo.

44. Controllare le ruote
Un controllo periodico del motore dell'auto può permettere di percorrere una distanza del 4% superiore a parità di carburante. Sostituire un filtro dell'aria intasato può aumentare le prestazioni del 10%. Avere una buona convergenza delle ruote accresce la distanza che si può fare, con una certa quantità di carburante, del 3%. Se si riesce a passare da 8.5 a 10 km al litro, il vostro vecchio macinino può emettere 90 kg di CO2 in meno nell'aria ogni anno.

45. Svoltare il più possibile a destra
La UPS ha annunciato che obbligherà i suoi fattorini a svoltare il meno possibile a sinistra durante le consegne: infatti, ogni volta che si deve svoltare a sinistra, si spende del tempo aspettato il momento propizio per effettuare la manovra e nell'attesa si spreca del carburante, che oltre ad inquinare pesa anche sul bilancio dell'azienda. Attraverso un software, i fattorini seguiranno tragitti preferenziali in cui le svolte a sinistra sono ridotte al minimo. Nei soli primi 4 mesi dalla partenza del progetto, UPS ha risparmiato all'atmosfera 1000 tonnellate di CO2 e, visto il successo dell'iniziativa, ha esteso l'obbligo delle svolte a destra a più dell'80% delle proprie agenzie nel mondo.

46. Piantare un albero ai tropici
Sembra quasi un'equazione: un albero nella sua vita assorbe fino a una tonnellata di CO2 dall'atmosfera e quindi piantarne di nuovi dovrebbe essere un modo semplice di mitigare il riscaldamento globale. Sembra non essere esattamente così, secondo dei recenti studi: nei Paesi con un clima più temperato, gli alberi hanno un effetto riscaldante a catena. Il calore che le foglie scure emettono supera la CO2 che prelevano dall'ambiente.

47. Se si deve proprio bruciare il carbone, facciamolo bene
Povere centrali a carbone: non solo la loro attività getta inquinanti nell'aria, ma la maggior parte del calore prodotto viene perso per bruciare il carbone. Ma impianti più moderni sono in grado di recuperare quel calore disperso e riutilizzarlo per il riscaldamento domestico, rendendo l'impianto stesso più efficiente.

48. Guidare verde nel paesaggio
Andare in vacanza non significa poter lasciare la propria coscienza ambientalista a casa. Esistono servizi che permettono di affittare auto ibride negli USA, a Londra, Toronto e in giro per il mondo. Molte delle auto disponibili per essere noleggiate si muovono tramite biodiesel e i modelli disponibili comprendono anche jeep e veicoli in genere abbastanza spaziosi, senza dover in questo modo rinunciare alla praticità in nome dell'ambiente.

49. Avere standard più elevati
Perchè le auto devono incontrare degli standard di emissione ma questo non vale per le centrali? D'altronde standard applicati alle centrali esistono già in molte centrali USA. La California, per esempio, ha completamente escluso le centrali a carbone finchè queste non avranno un regime di emissione inferiore o finchè gli USA non di doteranno di uno standard comune da applicare. Gli standard imposti dallo stato potrebbero trovare una certa opposizione da parte di chi guadagna col carbone, ma potrebbero creare un flusso di denaro verso le energie rinnovabili, in modo più veloce di come potrebbero fare tasse su emissioni e quote di emissione.

50. Passare al passivo
Georg Zielke, sua moglie e i loro figli condividono una "casa passiva" con cinque stanze da letto a Darmstadt, in Germania, con un costo per il riscaldamento del 90% inferiore rispetto ai loro vicini. Un'insolazione superiore e un moderno sistema di ventilazione riciclano l'energia proveniente da sorgenti passive come il calore del corpo, il sole e gli apparecchi per il riscaldamento. Una casa passiva costa dal 5 all'8 per cento in più in fase di costruzione, ma quando arriva il freddo i Zielke semplicemente accendono la tv.

51. Consumare meno, condividere di più, vivere in semplicità
La possibilità di comprare una quota di emissione - essenzialmente una sorta di indulgenza - attira il peccatore ambientalista che è in ognuno di noi. Ma c'è una vecchia strada che porta verso la riduzione del nostro impatto sul pianeta, che sarà nota di certo sia ai cristiani evangelici sia ai buddisti. Vivere in semplicità. Meditare. Consumare meno. Pensare di più. Conoscere i propri vicini. Chiedere quando si ha bisogno e dare quando ci viene chiesto. E.F. Scumacher ha sintetizzato a suo modo questa filosofia nel suo Small is beautiful:"Incredibilmente piccolo significa andare verso risultati incredibilmente soddisfacenti".

Fonte: Time del 9 aprile 2007






domenica 14 marzo 2010

51 gesti per salvare il pianeta (parte IV)



(Segue dal post precedente)

31. Usare un eye shadow verde
Questo è un consiglio per le donne: la Cargo Cosmetics ha lanciato sul mercato un nuovo tipo di rossetto botanico contenuto in una confezione riciclabile al 100%, fatta di acido polilattico, un derivato del mais. Si usa, e una volta esaurito, il contenitore può essere piantato in un vaso con della terra, dove produrrà un bellissimo fiore. Questo sito potrà darvi maggiori informazioni.

32. Spegnere le luci quando chiude l'ufficio
Consigliare di avere un guardiano che controlli che tutte le luci siano state spente dopo che tutti gli impiegati hanno lasciato l'ufficio, potrebbe sembrare a questi ultimi come una sorta di terzo grado; ma in realtà un controllo accurato potrebbe consentire allo stesso tempo di ridurre le emissioni annue, abbassare i costi derivanti dai consumi elettrici, aumentare il tempo di vita dei dispositivi e degli impianti, ridurre la necessità di manutenzione.
Almeno per l'illuminazione si potrebbe utilizzare un sistema elettronico a timer, che spegne tutte le luci a un'ora programmata.

33. Risistemare i cieli e la terra
Sarebbe possibile lanciare uno specchio gigante nello spazio per deviare i raggi solari? E si potrebbe pompare nella stratosfera del solfuro per raffreddare il pianeta? Queste potrebbero senza dubbio sembrare delle teorie da fantascienza, però sono sempre di più gli scienziati che stanno praticando l'idea come un gigantesco piano B, nel caso tutti i modi di diminuire le emissioni di CO2 dovessero fallire. La scienza che si occupa di cambiare il clima su scala planetaria viene detta "geoingegneria" e si occupa, come si è detto, di progetti che a molti potrebbero sembrare folli, ma che proprio in quanto tali danno una misura di quanto sia disperata la condizione del nostro pianeta.

34. Rastrellare i colori dell'autunno
Cosa disturba di più le domeniche mattine d'autunno dei sobborghi americani? La risposta è semplice: i 70 db del rumore prodotto dagli spazza-foglie, macchine infernali che liberano i vialetti delle case dall'invasione delle foglie autunnali, sprigionando oltre al rumore anche una discreta quantità di gas. Si tratta di macchine che consumano molto (visto che vengono apprezzate soprattutto per essere quanto più prossime ad un uragano) e sebbene siano stati fatti tentati di riduzione dei consumi, un'ora di spazza-foglie spreca un litro di gas e di benzina. Considerando che in America esistono complessivamente 12 ettari di giardini domestici, il prezzo da pagare è troppo alto per qualcosa che si potrebbe fare tranquillamente con un rastrello. Inoltre non si può appoggiare lo spazza-foglie al muro quando si è finito.

35. Ridurre il consumo di carta
Il consumo annuo di carta in America è di circa 40 milioni di tonnellate; il 50% viene riciclato, ma il resto continua ad essere polverizzato. La carta non cresce sugli alberi e ogni anno 900 milioni di piante vengono ridotte a carta e polpa di legno; l'abbattimento di alberi può essere ridotto comprando più carta riciclata, risparmiando anche il 60% sull'energia necessaria alla produzione. Una tonnellata di carta riciclata fa risparmiare 4400 kW all'ora di corrente, 30000 litri di acqua, 19 alberi (ciascuno dei quali è in grado di filtrare fino a 27 chili di inquinanti dall'ambiente).

36. Vendere il carbonio come forma di guadagno
Il Meccanismo di Sviluppo Pulito del protocollo di Kyoto (CDM) permette alle aziende nel mondo ricco di guadagnarsi crediti da spendere in progetti di efficienza energetica nel mondo in via di sviluppo. L'idea ha creato un fiorente mercato del carbonio che si aggiunge a quello degli scambi o vendite delle quote di emissione già esistente; si è prodotto un finanziamento a progetti di efficienza che ha permesso il risparmio di 104 milioni di tonnellate di CO2 in un solo anno. Si è scoperto però qualche furbo: alcune imprese cinesi usavano sistemi di pulizia molto economici creando un ciclo con cui richiedevano crediti per milioni di dollari.

37. Usare il libero mercato
Come sappiamo, molte nazioni impongono alle imprese dei tetti di emissione che non possono essere superati, usando il sistema delle quote. Alle imprese che riescono a mantenessi al di sotto delle soglie, è stato permesso in America di vendere i crediti non consumati alle imprese che non sono riuscite nello sforzo virtuoso, facendo del carbonio (con l'appoggio anche degli ambientalisti) un vero e proprio mercato.

38. Usare qualche imballaggio in meno
La maggior parte di quello che acquistiamo è spesso inserito in imballaggi, di frequente anche esagerati rispetto alle dimensioni del prodotto; si tratta di imballaggi che devono essere prodotti e consegnati, con conseguente spreco di energia e carburante. Fortunatamente qualcosa si muove: il gigante delle stampanti HP, ha annunciato che ridurrà il proprio imballaggio rendendolo più leggero, riducendo le emissioni di un quantità equivalente a quella prodotta da 3500 auto in un anno; anche le confezioni della Wall-Mart , usate per acqua e rosticceria, saranno prodotte con 5g in meno di plastica. Qualcosa può fare anche l'utente finale, restituendo, per esempio, i tovaglioli o le bustine di zucchero in eccesso.

39. Far crescere il proprio giardino
Negli USA vengono spesi ogni anno 5 miliardi di dollari per fertilizzanti derivati dai combustibili fossili, i quali accelerano il rilascio di sostanze chimiche dal terreno,come l'ossido di azoto, un gas serra. Le alternative ci sono, dal vecchio concime alle foglie cadute, che contengono solo il 4% di azoto. Esistono anche degli avventurosi giardinieri che utilizzano un composto fatto in casa, contenente estratti di alghe per fornire il potassio, olio e proteine del pesce per fornire l'azoto.

40. Avere un budget di carbonio
Una profonda ingiustizia all'interno del riscaldamento globale sta nel fatto che a soffrire le pene peggiori sono proprio i Paesi più poveri, che allo stesso tempo sono anche quelli meno colpevoli, contribuendo in misura minore alle emissioni planetarie. La soluzione proposta da alcuni per ovviare a questa ingiustizia, sta nel dividere le possibile emissioni annue globali tre le nazioni, ripristinando così una sorta di equità. Anche in questo caso, le nazioni più virtuose possono vendere la parte delle emissioni non consumate a quelle meno virtuose, che magari non riescono a separarsi dal loro amato SUV. Ad ogni cittadino può essere data una carta di credito che non contiene soldi, ma quote di emissione. Così, chi compra un SUV spende una parte o tutti i crediti concessi e dovrà stare più attento per i prossimi acquisti. Se si vuole tornare a vivere come si viveva nel 1989, basta pagare.

Fonte: Time del 9 aprile 2007




giovedì 11 marzo 2010

51 gesti per salvare il pianeta (parte III)


(Segue dal post precedente)

21. Rivestire lo scaldabagno
Con una modica cifra, compresa fra gli 8 e i 15 euro, è possibile acquistare una copertina per il nostro scaldabagno, riuscendo a risparmiare annualmente fino a 110 kg di emissioni in CO2. Dopo cinque anni di vita circa, infatti, gli scaldabagni tendono a diventare meno efficienti a causa della perdita di isolamento interno. Uno strato in più, quindi, fa sentire meglio entrambi.

22. Saltare la bistecca
Domanda: produce più inquinamento una BMW o un panino da McDonald's? Sembra incredibile, ma l'hamburger inquina di più: difatti i dati della FAO confermano che il settore dell'allevamento produce il 20% delle emissioni globali di gas serra, più del settore dei trasporti. I gas emessi derivano in parte dagli escrementi e in parte dai gas che sono la naturale conseguenza della digestione degli animali. Il metano originato dalle flatulenze ha un potere riscaldante pari a 23 volte quello del carbonio, mentre l'ossido di nitrato contenuto negli escrementi ha un potere riscaldante 296 volte superiore.
Ci sono 1.5 milioni di bovini sul pianeta, insieme a una popolazione di 1.7 pecore e capre. La quantità di animali da allevamento è in continua crescita e nel periodo tra il 2001 e il 2050 ci si attende un raddoppio del numero di animali. Rinunciare a qualche bistecca ogni tanto in favore di un'alimentazione (anche più sana) basata su verdure può far risparmiare molta più CO2 di quanta ne farebbe risparmiare il passare tutti da un'auto normale a una ibrida.

23. Copiare la California
Terry Tamminen, ex consigliere ambientale di Arnold Schwarzenegger, si sta rivelando un vero Terminator del carbonio. Dopo essersi guadagnato l'appoggio delle imprese per il suo mandato del 2006 in cui si proponeva di ridurre le emissioni nazionali dell' 80% entro il 2050, ha lasciato il suo incarico per organizzare un risposta nazionale al riscaldamento globale. In una nazione che deve ancora ratificare gli accordi di Kyoto, Tamminen sta creando un piano globale senza finanziamenti privati, in 50 stati. Sono già 19 gli stati che hanno deciso di basare i propri piani sulle proposte dell'ex assistente del governatore californiano o su piani ancora più severi.

24. Dire basta alle buste di plastica
Le buste che portiamo a casa dal supermercato finiscono quasi sempre in qualche discarica. Ogni anno vengono distribuiti 500 miliardi di buste di plastica e solo un 3% viene riciclato; sono fatte di solito di polietilene e possono impiegare fino a 1000 anni per biodegradarsi nella discarica, da cui vengono emessi pericolosi gas serra. Per ridurre l'invasione dei sacchetti di plastica basta usare mezzi alternativi, come le buste composte di tessuto o di materiali biodegradabili ottenuti dalla piante.

25. Favorire l'agricoltura locale
Scegliere prodotti coltivati o realizzati in posti vicini a dove abitiamo significa far sì che essi debbano percorrere meno chilometri per arrivare alla nostra tavola, sprecando di fatto meno carburante durante il trasporto. Scoprire i commercianti più vicini è facile, poiché esistono numerosi siti internet che permettono di trovarli. E' anche possibile unirsi a qualche azienda agricola, portando a zero i chilometri che i prodotti devono percorrere; nel mondo, esistono numerosi progetti di agricoltura supportata dalla comunità che permettono a singoli individui di comprare una parte della produzione annua dell'azienda in cambio, per esempio, di una cassa di prodotti ogni settimana per una stagione.

26. Piantare una siepe di bambù
Il bambù forma delle siepi bellissime e poiché cresce velocemente (fino a 30 cm al giorno, a seconda delle specie) assorbe più CO2 di un roseto. La sua crescita va tenuta sotto controllo, altrimenti potrebbe degenera. Esagerare però nel limitare la sua crescita potrebbe ridurne fortemente le capacità di assorbimento, tant'è che in realtà effetti notevoli si notano solo in presenza di grosse piantagioni. Quant'è grosso il vostro giardino?

27. Volare dritti
Gli aerei sono tra i mezzi che impiegano più carburante per funzionare; un modo per ridurne l'uso è sistemare i punti di ingresso e di uscita delle traiettorie aeree che ciascuna nazione ha, in modo che si possano realizzare segmenti di volo il più rettilinei possibile. Qualche anno fa, la International Transport Association ha creato una rotta più diretta dalla Cina all'Europa, tagliando mezz'ora dal tempo di volo ed eliminando 84800 tonnellate di CO2 l'anno. Se i cieli europei si unificassero in un unico, si potrebbe risparmiare fino al 12% di carburante ogni anno. Le improvvise variazioni di quota sono ritenute come un'altra tipica causa di spreco di carburante e si sta diffondendo l'idea di suggerire ai piloti di effettuare delle discese continue finché l'aereo non raggiunge la pista di atterraggio, dove può essere trascinato anzichè muoversi sulla pista fino al punto di arresto da solo. Il modo migliore per ridurre i consumi resta comunque volare di meno, a meno che voi non abbiate la scopa di Harry Potter…

28. Organizzare un matrimonio verde
I vostri ospiti vengono da lontano e sprecano carburante per raggiungervi? Compensate il tutto con una bella donazione a qualche progetto di studio per le energie rinnovabili. Date al vostro matrimonio un tocco locale: vino da un enoteca del posto o birra da una birreria nei paraggi; comprate la torta da in una pasticceria non troppo lontana ed usate usate fiori di stagione, quindi non importati. Consideratelo il vostro regalo di nozze al pianeta.

29. Lasciare la cravatta a casa
Una cravatta può aiutare il pianeta rimanendo a casa. Nella calda estate del 2005, gli impiegati giapponesi hanno accantonato la loro classica uniforme da lavoro in favore di colletti aperti e colori tropicali accesi. Tutto faceva parte del progetto del governo di ridurre i consumi mantenendo per tutta la stagione la temperatura negli uffici a 28 gradi centigradi. Seppur l'iniziativa abbia provocato una certa confusione nelle menti dei sarti giapponesi, ha permesso comunque al governo nipponico di risparmiare 71700 tonnellate di CO2 in una sola estate.

30. Spegnere il computer
Lo screensaver sarà forse un mezzo per tutelare lo schermo quando non viene usato, ma non può considerarsi un mezzo per risparmiare energia. Secondo alcune stime, il 75% dell'energia che viene consumata in un'abitazione è dovuta ad elettrodomestici (come tv, lettori DVD, computer) che non vengono spenti correttamente quando non sono utilizzati. Il computer (monitor escluso) consuma dai 60 ai 250 watt al giorno. Considerando un computer acceso tutti i giorni per quattro ore si potrebbe risparmiare fino a 50€ all'anno. Ma soprattutto sarebbe degno di nota l'impatto ambientale, poichè la macchina emetterebbe l'83% di CO2 in meno, per un totale di circa 63 kg annui.





lunedì 1 marzo 2010

51 gesti per salvare il pianeta (parte II)



(Segue dal post precedente)

11. Dare un altro sguardo ai vestiti fuori moda
Spesso non ci pensiamo, ma comprare un capo di seconda mano significa evitare di spendere energia per produrne uno nuovo, con associata tutta la quantità di emissioni che evitiamo alla nostra atmosfera. Se consideriamo i capi in fibra sintetica, dobbiamo ricordarci del petrolio che è stato impiegato per produrre la materia prima; il cotone invece, anche se ha un impatto molto ridotto sull'ambiente, rappresenta un tipo di produzione che globalmente totalizza un quarto dei pesticidi usati. Un consiglio? Invitate qualche vostro amico e scambiatevi i vestiti che non mettete più.

12. Catturare l'anidride carbonica
L'industria del carbone è fra quelle più colpevoli per le emissioni di diossido di carbonio nell'atmosfera; purtroppo, il suo utilizzo è indispensabile per molti Paesi industrializzati, dal momento che esso viene utilizzato (in particolare bruciato) per produrre energia. Ma cosa accadrebbe se i fumi prodotti dalle centrali a carbone non fossero rilasciati nell'aria ma catturati e inviati nel sottosuolo?Alcuni studi realizzati dalla International Energy Agency (IEA) di Parigi riportano che la cattura dell'anidride carbonica avrebbe un impatto ambientale secondo solo alle politiche di risparmio energetico, ragionando in termini di quantità di diossido che non verrebbero abbandonate nell'atmosfera.
Gli ostacoli principali all'adozione di queste soluzione sono due: in primis i costi, che si aggirerebbero intorno ai 50 dollari per ogni tonnellata di diossido catturata (costi abbattibili se la tecnologia ci venisse incontro e se i governi rilasciassero opportuni incentivi alle aziende che volessero virtuosamente adottare la cattura del diossido). L'altro ostacolo risiede invece in una conoscenza scientifica ancora insufficiente per stabilire criteri e metodologie realizzativi.

13. Lavorare vicino casa
E' risaputo che stare in coda in un ingorgo contribuisce enormemente all'inquinamento globale, tant'è che una cosa sensata da fare sarebbe spostare la propria casa il più vicino possibile al luogo di lavoro. Ma in realtà esiste qualcosa di ancora più sensato: spostare il proprio ufficio in casa propria.
Il telelavoro è infatti la prossima frontiera dell'impiego, che oltre a salvaguardare l'ambiente dalle emissioni, salvaguarda anche chi lavora consentendogli di fare il proprio lavoro in un ambiente più confortevole.
Laddove questa nuovo modo di concepire l'impiego non fosse ancora attuabile, alcune compagnie hanno cominciato ad utilizzare quello che si chiama proximate commuting, ovvero una metodologia per cui ogni lavoratore (nei casi in cui l'azienda abbia più sedi nella stessa città) viene abbinato alla sede più vicina alla sua abitazione, risparmiando anche sul tempo di guida necessario per raggiungere l'ufficio.

14. Prendere l'autobus
Solo negli USA, il trasporto pubblica permette di risparmiare annualmente 5.3 miliardi di litri di gas, che si traducono in 1.4 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Sfortunatamente i viaggi sono realizzati in macchina per l'88% negli USA e per l'80% in Europa. Questo accade perchè il trasporto pubblico è più facilmente reperibile nelle aree urbane. Un'alternativa sembra essere la bus rapid transit (BRT), un servizio di autobus più lunghi della norma che viaggia su corsie dedicate.
Il treno e le metro sarebbero la soluzione migliore ovviamente, ma usando bus ibridi o elettrici si potrebbero ottenere buoni risultati anche al di fuori delle rotaie.

15. Spostarsi nei quartieri alti
Non tutti possiamo permettercelo, si sa, infatti questa vuole essere solo una constatazione molto strana: sembra infatti che nel centro delle grandi metropoli come New York, Londra e Tokyo, gli abitanti del centro siano più propensi a usare i mezzi public e la bici per spostarsi ogni giorno verso il luogo di lavoro. A New York, inoltre, si registra che otto milioni di persone riescono a vivere compressi in un'area di 780 kmq, accorciando di fatti tutti gli spostamenti necessari alla loro vita quotidiana: non solo quelli legati al lavoro, ma anche quelli per procurarsi da mangiare. Tutto questo ovviamente riduce notevolmente la traccia di emissioni che ciascuno si lascia dietro.

16. Pagare online
Pagare online significa risparmiare molta carta. Questo non solo fa un favore ai nostri amici alberi, ma ci evita anche tutto il carburante necessario ai camion e agli aerei che trasportano le fatture in giro per il mondo. Molti temono di usare la propria carta di credito su internet per timore di essere vittime di qualche truffa. In realtà i pericoli possono facilmente essere evitati usando alcune semplici accortezze, per esempio eliminando le mail da mittenti che non conosciamo (possibili tentativi di phishing) e controllando spostamenti di denaro non autorizzati. Segnalando i problemi subito la carta di credito sarà in salvo e pronta a nuovi acquisti.

17. Aprire la finestra
Una grossa quantità delle emissioni annue di CO2 è dovuta alle nostre abitazioni. Molto spesso aprire una finestra basta ad evitarci l'accensione del condizionatore, che va usato portandoci 1-2 gradi al di sopra della temperatura esterna in inverno e al di sotto in estate. Per il resto vale quanto detto nei post precedenti: isolamento degli infissi a tutto spiano e uso oculato di lavatrici e lavastoviglie. Diamo una sistemata anche alla doccia, in modo che non spari fuori una quantità di acqua spropositata.Naturalmente chiudiamo l'acqua mentre ci insaponiamo.

18. Far controllare da esperti la propria abitazione
E' un'operazione che ci permette di sapere quanta energia viene consumata dalla nostra abitazione e come ridurla. Si può arrivare a risparmiare anche 450 kg di CO2 emessi in un anno. A questo indirizzo si può fare un'autodiagnosi della propria casa.

19. Comprare energia verde
In Italia non esiste ancora una legge ben definita che permetta sussidi per la produzione in proprio e la vendita di energia verde. Allora si può comprare l'energia verde da qualche altra parte nel mondo, per esempio in Gran Bretagna e Germania. Oltre ad aver acquistato energia a basso costo, si ottiene anche il risultato di sostenere questa nuova industria emergente.

20. Controllare l'etichetta
Molti di voi quando accendono il computer, sulla schermata nera iniziale che riassume le caratteristiche principali della macchina, trovano in alto una stella con la scritta energy, a testimonianza che la macchina di fronte a voi riduce l'uso di energia e preserva l'ambiente dall'inquinamento. Negli USA la stella è stata anche usata per classificare luoghi pubblici virtuosi (come hotel e bar) che derivano la propria energia in modo ecologico, risparmiando fino al 35% sui costi rispetto ai locali normali. Così i clienti possono vedere la stella all'ingresso e premiare i locali virtuosi con la propria scelta, sapendo allo stesso tempo che un risparmio per il proprietario significa anche un risparmio sul conto del cliente.

Fonte: Time del 9 aprile 2007




sabato 27 febbraio 2010

51 gesti per salvare il pianeta (parte I)



Tra le cose che odio di più in questo mondo, c'è l'inutile negazionismo, specie quando questo viene usato per motivi nascosti, come interessi economici, personali e politici; se si pensa alla tragedia dell'olocausto, potremmo addurre milioni di prove della sua veridicità, partendo dai filmati e passando per le testimonianze di chi l'ha vissuto e ha visto, fino alle mura dei campi di concentramento, che sono ancora in piedi come monumento alla memoria, a distanza di decenni. Eppure, come sappiamo, in alcuni ambienti integralisti, specie nel mondo islamico, la negazione dell'olocausto è diventata un'utile arma per giustificare in qualche modo le eventuali azioni militari contro Israele e un insensato spirito antisemita.

Le immagini da satellite mostrano una superficie ghiacciata del pianeta sempre più ristretta, ci sono coste che stanno sparendo, temperature più elevate fuori stagione; eppure anche di fronte a questi dati visibili e impossibili da confutare, il negazionismo più spinto continua a negare l'esistenza di un pericolo surriscaldamento globale, perchè troppi avrebbero danni al proprio status economico in seguito all'abbandono dei combustibili fossili in favore di quelli non inquinanti oppure in seguito a un regime più ristretto sulle emissioni di gas serra in fase di produzione e non solo.

Dall'olocausto sono trascorsi più di sessant'anni e magari ciò che è accaduto potrebbe non essere più vivido nella memoria delle nuove generazioni, ma le prove di un ambiente sofferente sono visibili ogni giorno. Nonostante questo, molte persone ricadono volontariamente nel negazionismo e altre credono alle debole teorie confutative che vengono prodotte, anche tramite media consenzienti e asserviti.

Oltre all'evidenza degli effetti del surriscaldamento, si può facilmente dedurre l'esigenza e l'utilità di un impegno congiunto di semplici cittadini e imprese per cambiare le proprie abitudini e salvare il salvabile, prima che ciò non abbia più nessun senso, come temono alcuni studiosi. Proprio a questo verranno dedicato i prossimi cinque post su questo blog, a descrivere le 51 azioni che ciascuno di noi e ciascuna impresa/stato può intraprendere per tirare il pianeta fuori dall'oscurità in cui l'abbiamo ridotto, perchè ciascuno di noi ha un peso per la Terra e un frammento di colpa che deve cancellare.

L'elenco è lungo, come avrete capito, quindi andiamo a cominciare.

1. Trasformare il cibo in combustibile
L'etanolo sembra essere una buona soluzione per permettere a ciascun Paese di poter ridurre le proprie dipendenze energetiche da quelli produttori di petrolio, riuscendo allo stesso tempo a ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica. Le fonti energetiche sostitutive del petrolio (spesso dette biocombustibili) derivano in particolare dal grano, dalla soia, dal panico verga, dai rifiuti urbani e dall'olio da cucina usato; esistono già molte auto che sono in grado di funzionare con E10, un miscuglio al 10% di etanolo e al 90% di gas.
I problemi derivanti dall'uso dell'etanolo sono dovuti sia al trasporto (non possono viaggiare sulle stesse tubature usate dal petrolio, perchè le corroderebbero) e ai forti incentivi statali, di cui i produttori avrebbero bisogno.
Molti ricercatori stanno cercando soluzioni, magari evitando l'impiego dei cereali comunemente usati nell'alimentazione o promuovendo un taglio di 13 centesimi di dollaro sulle tasse per ogni litro di biocombustibile.
I rifiuti urbani, la segatura, i rimasugli del grano e i gusci del mais rappresentano qualcosa di molto interessante: riescono a produrre l'etanolo da cellulosa, che contiene più energia di quello prodotto col mais ma che è molto più costoso da produrre. La ricerca ha portato alla produzione di enzimi che possono accelerare e rendere più economico il processo di realizzazione.

2. Progettare una casa verde
Secondo alcuni calcoli, il 16% delle emissioni di gas serra negli USA è dovuto alla produzione di energia per le abitazioni private. Il problema può essere risolto (o comunque ridotto) progettando le abitazioni secondo standard di efficienza energetica; per esempio, si può controllare la temperatura, l'areazione e l'infiltrazione di umidità sigillando accuratamente porte e finestre. Si possono isolare il garage, l'attico e le fondamenta con materiali naturali e non tossici, come ad esempio jeans usati. Si possono proteggere le finestre dai raggi solari con grosse tende o vetri doppi e aumentare la ventilazione naturale dovuta alla corrente.

Possiamo considerare forme di energia alternative, come pannelli solari, turbine eoliche compatte e pompe per il calore geotermico.

3. Cambiare le lampadine
La regina del risparmio energetico casalingo è la lampadina fluorescente (CFL), una simpatica spirale che entra nei normali supporti delle lampadine. Costa un po' di più delle lampadine a incandescenza (circa tre volte), ma usa un quarto della corrente e dura qualche anno in più. Visto che ormai anche da noi le vecchie lampadine sono state tolte dal commercio, le CFL possono dirsi reperibili ovunque. Una CFL da 7 watt è comparabile con una lampadina ad incandescenza da 40.

Le CFL non rappresentano una storia recente nel campo delle lampadine, poichè sono state introdotte all'inizio degli anni '90, suscitando molta sorpresa per il fatto che la luce non era soggetta a sfarfallii come si era abituati; va comunque considerato, che queste nuove lampadine contengono al loro interno una piccola dose di mercurio e che quindi non possono essere gettate insieme agli altri rifiuti, ma richiedono un'opportuna differenziazione quando giungono alla fine della loro vita.

Anche i LED si sono mostrati un'utile soluzione, ma richiedono una fase di installazione da parte dell'utente, non a tutti gradita; anche per questo, le CFL rappresentano al momento la soluzione migliore.

4. Dare nuova luce alla città
La bolletta energetica della città può notevolmente ridursi se si utilizzano per l'illuminazione pubblica i LED. A tal proposito, vi invito a visitare il sito del comune di Torraca, una cittadina cilentana a dieci chilometri dal mio paese, per capire come con poco si possa cambiare l'impatto ambientale di una comunità.
Vale come nel caso delle CFL il confronto con la tecnologia che sostituiscono: si ha quindi un investimento iniziale superiore rispetto alle lampade al sodio che sostituiamo in città, ma ne guadagniamo nel tempo con una durata superiore e con meno manutenzione richiesta (le lampade al sodio vanno cambiate in media ogni 18 mesi)

5. Imporre una tassa sulle emissioni
A livello internazionale, non c'è ancora un accordo ben definito riguardo a come ciascuna nazione dovrebbe comportarsi per ridurre le proprie emissioni di anidride carbonica, rimanendo quindi all'interno di standard prestabiliti.
La domanda è: conviene stabilire delle fette di emissioni che non possono essere superate e che si possono vendere a terzi, oppure è più sensato stabilire direttamente una tassa sulle emissioni prodotte? Nel primo caso otteniamo il risultato che ciascuna compagnia debba mantenersi al di sotto di un tetto massimo e sia costretta a spendere dei crediti nel mercato in cui è inserita, qualora i limiti vengano superati. Nel secondo caso, si applica una tassa sul consumo di carburante fossile in tutte le sue forme, nella speranza che il prezzo sempre crescente di questo incoraggi le compagnie a ingabbiare le proprie emissioni.
Al momento la prima soluzione sembra essere quella più accreditata, in parte perchè sostenuta dai recenti accordi di Kyoto, in parte perchè in passato si è dimostrata efficace, aiutando gli USA negli anni '90 a ridurre le quantità annue di piogge acide.
I sostenitori della prima soluzione pensano che usare tasse sulle emissioni non sia un sistema egualitario, dal momento che penalizzerebbe le famiglie più povere che spendono buona parte dei propri guadagni nelle bollette energetiche; i sostenitori della seconda, invece, pensano che un sistema globalizzato basato su fette di emissioni sarebbe difficilmente gestibile, agevolando solo le grosse compagnie, che non farebbero altro che comprare da altri le fette necessarie a non ridurre il proprio impatto energetico in difesa del progetto economico.

6. Costruire case più piccole
Case troppo grandi non sono solo un insulto architettonico, ma da un punto di vista energetico risultano molto più difficili da riscaldare o rinfrescare, anche con applicazioni illuminate, come pannelli solari et similia.
Quella che sto per dire può sembrare un'estremizzazione, ma a qualcuno potrebbe sembrare gradita: un ex professore di arte, Jay Shafer, vive in una casa da hobbit, di soli 9.3 metri quadrati, progettata e costruita da solo. Ora che si è ritirato dall'attività di insegnante, vende su richiesta abitazioni che vanno dai 6.5 ai 33 metri quadrati di superficie.

7. Stendere il bucato
Qualcuno si cuce i vestiti a mano, magari usando lana prodotta da pecore allevate in modo biologico. Ma ciò che fa veramente la differenza nel nostro guardaroba, è come i nostri vestiti vengono lavati. Il 60% di energia usata per un capo è associata alle volte che questo verrà lavato: così, una T-shirt può introdurre nell'atmosfera fino a 4 Kg di diossido di carbonio nella sua vita.
Per prima cosa possiamo lavare i vestiti in acqua calda e non bollente, caricare la lavatrice solo se siamo in grado di riempirla e usare lavatrici di ultima generazione, a ridotto consumo. Una volta asciutto, possiamo stendere il nostro bucato al sole, risparmiando fino al 60% di energia fino al 90%.

8. Dare nuova vita ai vestiti
Dove finiscono le giacche di lana quando non servono o non piacciono più? Tornano in montagna. Esistono compagnie ed associazioni che raccolgono i vestiti usati per riciclarli e trasformarli in nuovi, specialmente quelli che sono composti di materie plastiche. Secondo alcune stime fatte da alcune aziende che si interessano di riciclo di vestiti, creare abiti riciclati permette di risparmiare sul poliestere necessario per iniziare il confezionamento da materiali nuovi, con una riduzione del 76% dell'energia necessaria e del 71% delle emissioni di gas serra.

9. Costruire i grattacieli in modo differente
Consideriamo un esempio: il grattacielo della Bank of America, a New York, a due passi da Times Square. Partiamo dal calcestruzzo: realizzare la materia prima da zero è molto costoso, perciò i costruttori hanno usato un misto di 55% di calcestruzzo e 45% di rifiuti prodotti dagli altiforni. Il miscuglio che si ottiene è anche più resistente del normale calcestruzzo. Parte dell'acqua di scarico dei lavandini dei bagni viene usata per pulire i water e buona parte dell'energia necessaria viene auto-generata da gas naturale, producendo una quantità inferiore di anidride carbonica.

10. Usare il calore geotermico
Un progetto pionieristico in tal senso è quello della designer Diane von Furstenberg, per uno show-room di 3250 mq nel centro di Manhattan. Il sistema di condizionamento sfrutta completamente delle pompe che spingono verso l'alto acqua alla temperatura costante di 13°C, che viene usata per raffreddare o riscaldare le pareti a seconda delle stagioni. Il tetto è ricoperto di piante che non richiedono grosse cure e da erba, insieme a due specchi eliostati, che seguono lo spostamento del sole e inviano una luce solare diretta all'interno dell'edificio.

Fonte: Time del 9 aprile 2007